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LA VITA RELIGIOSA NEL FUTURO SANDRA M. SCHNEIDERS, IHM I. Introduzione A. Formulazione della domanda Il tema che mi è stato affidato è sul futuro della Vita Religiosa, E’ a sua volta il migliore e il peggiore dei compiti. E’ il migliore perché nessuno può contraddirmi nel presente. E’ il peggiore perché nessuno può sicuramente speculare su ciò che vuol dire il termine “futuro” nel nostro mondo postmoderno, multi-culturale, pluralista, globalizzante, minacciato dal nucleare; un mondo il cui ambiente è compromesso e che cambia come un caleidoscopio ad una velocità cieca. In breve, qualsiasi tentativo di descrivere il futuro allo scopo di fondare qualche affermazione plausibile è impossibile. Così, invece di parlare del futuro della Vita Religiosa, parlerò della Vita Religiosa nel futuro, qualunque possa essere questo futuro. In altri termini, la questione che mi pongo non è empirica su ciò che sarà, ma una questione immaginativa su ciò che potrà essere. Qual è la concezione di questa vita che può essere, nello stesso tempo, umanamente significativa ed evangelicamente efficace, qualunque cosa riservi il futuro a noi, alla Chiesa, al nostro mondo? Proporrò una costruzione immaginativa della Vita Religiosa che suppone che, indipendentemente da tempo e luogo, sia radicata nel Vangelo e possa viversi, simultaneamente e diversamente, nei vari contesti culturali, sociali ed ecclesiali che incidono profondamente su di essa e a loro volta sono influenzati da essa. B. La mia ipotesi L’ipotesi che vi proporrò poggia su due supposizioni. Da una parte, la Vita Religiosa è profondamente cristiana, cioè, i Religiosi e le Religiose condividono l’identità e la missione di tutti i battezzati con i quali hanno rapporti d’uguaglianza. D’altro canto, la Vita Religiosa è una forma di vita distinta nella Chiesa, vale a dire, uno stato di vita che si può riconoscere e identificare mediante il suo contributo specifico alla vita e alla missione della Chiesa. A proposito di prolessi, suggerisco di considerare la Vita Religiosa come una forma di vita alternativa nella Chiesa. Mediante i voti che i Religiosi/e professano e vivono, creano un “mondo” alternativo in mezzo a questo mondo, il saeculum. I Religiosi/e non cercano semplicemente di vivere in maniera diversa nel mondo, cosa che devono fare tutti i cristiani, ma di creare un mondo diverso che dia una testimonianza profetica nel mondo e al mondo e, qualche volta, contro il mondo ed anche contro la Chiesa istituzionale. Alla fine, collegherò quest'ipotesi al tema della marginalità redentrice evocata dalla nostra icona della donna Samaritana in Gv 4 e dell’uomo Samaritano in Lc 10. C. Presupposizioni Tre sono le presupposizioni che inquadrano questa ipotesi. La prima concerne il significato del termine “mondo”. E’ un concetto che oggi va analizzato con cura per evitare che i cristiani perseguano le politiche di dominio e di sfruttamento della natura o del rigetto della creazione a nome della religione. Forse la migliore fonte del Nuovo Testamento per una teologia sfumata di “mondo” è il Vangelo di Giovanni che utilizza questo termine più frequentemente che il resto del Nuovo Testamento nel suo insieme. Nel Vangelo si possono distinguere quattro significati del termine kosmos. Primo, il mondo può significare l’intera creazione che il Vangelo di Giovanni, che evoca il primo capitolo della Genesi, dichiara che il mondo fu fatto per mezzo della Parola di Dio (cf. Gv 1, 9-11), Dio Creatore il quale dichiarò che era cosa molto buona (cf. Gen 1, 31). Secondo, il mondo può essere considerato come il teatro della storia umana. Gesù parlò della sua venuta nel mondo come luce per salvare tutta l’umanità (cf. Gv 12, 46); e all’Ultima Cena chiese che Dio non togliesse i suoi discepoli dal mondo, ossia, dalla storia umana, ma che li custodisse dal maligno mentre erano ed operavano nel mondo (cf. Gv 17, 15). Terzo, il mondo rappresenta la razza umana nella sua interezza. Dio, “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna” ((cf. Gv 3, 16). Tutti e tre questi concetti del termine “mondo” sono essenzialmente positivi. Il mondo creato da Dio, specialmente la razza umana lungo il suo pellegrinaggio attraverso la storia e la costruzione di questa storia, è l’opera di Dio, redenta in Cristo e destinata alla gloria. Ma il quarto significato della parola “mondo”, utilizzato molto più frequentemente che i tre precedenti nel quarto Vangelo, è chiaramente negativo. Gesù parla di un mondo che è sinonimo di male, che è sotto il dominio di Satana (cf. Gv 13, 27), il diavolo, il “Principe di questo mondo”. Gesù non è di questo mondo malvagio, né lo sono i suoi discepoli (cf. Gv 17, 16). I ministri del Diavolo li perseguiteranno e li metteranno perfino a morte, ma bisogna che essi abbiano fiducia perché Gesù ha vinto il mondo (cf. Gv 16, 33). Il Principe di questo mondo non ha nessun potere su Gesù, è impotente (cf. Gv 14, 30) e alla fine sarà giudicato (cf. Gv 16, 11). Ma la lotta contro il mondo malvagio e il suo dominatore continuerà fino alla fine. Allora, questo mondo malvagio non è né un luogo né un gruppo di persone; esso è la costruzione di una realtà secondo i principi o le coordinate che sono agli antipodi delle virtù centrali del Vangelo. Queste costruzioni della realtà, radicalmente opposte - il Regno di Dio e il Regno di Satana - sono il risultato di scelte morali degli esseri umani sotto l’influenza dello Spirito di Dio o del Diavolo e si esprimono non solo nel comportamento personale degli individui, ma anche nelle istituzioni politiche, economiche, sociali, culturali e religiose della società. Il progetto evangelico dell’ascesa personale verso Dio, in Cristo, per il bene del mondo, si oppone radicalmente alla dinamica di oppressione e di dominio ispirata da Satana, che è chiuso su se stesso e genera divisione. Nel battesimo, tutti i cristiani sono chiamati a rinunciare a “Satana e alle sue opere”, a rompere con la costruzione della realtà del Maligno. Ma alcuni cristiani, ossia, i Religiosi, incarnano questa rinuncia al mondo, in una maniera particolare, cosa che discuteremo fra poco, come la creazione del mondo alternativo generato con la professione dei voti. Il mio secondo presupposto è che il fondamento della sfida cristiana alla costruzione perversa di Satana, cioè, il “mondo” in senso negativo, è la Risurrezione di Gesù nella quale la vittoria di Dio su Satana si realizza nella persona di Colui che è stato Crocifisso ed è Risorto. Il suo mistero pasquale è il principio dell’impresa cristiana. Questo dimostra definitivamente che la vita eterna si realizza attraverso la morte, non la morte che è un processo biologico naturale, ma la morte che è il risultato del rifiuto di integrare la propria vita nella costruzione della realtà di Satana. I discepoli di Gesù rischieranno la morte e l’accetteranno nel tentativo di realizzare il Regno di Dio nel mondo. Fino a che la volontà di Dio non si realizzerà sulla terra così come nel cielo, fino a che tutta la creazione, specialmente gli esseri umani, non sperimenteranno la pace infinita di Dio, la lotta tra il Principe di questo mondo e il vero Principe di Pace continuerà, anche da parte dei discepoli di Gesù con la collaborazione di tutte le persone di buona volontà. Le diverse membra di Gesù Glorificato parteciperanno a questa lotta in svariati modi. Per noi la questione è di sapere in che modo distintivo i Religiosi partecipano a quest’impresa. Questo ci porta alla terza presupposizione, ossia, che i Religiosi partecipano alla lotta per il Regno di Dio creando un mondo alternativo, vivendo in esso, e lavorando dall’interno di esso. E ancora, il “mondo” non è l’universo naturale, un luogo geografico oppure un gruppo di persone. Il “mondo” è la costruzione di una realtà. Quando diciamo qualcosa come: “Per me il mondo è crollato quando è morta mia madre”, oppure “Non so da dove viene”, noi usiamo una metafora materiale o spaziale per fare riferimento alla costruzione di una realtà all’interno della quale coordiniamo il nostro pensiero, i nostri sentimenti, le nostre scelte, le nostre azioni. Precisamente, la costruzione immaginativa della realtà, “il mondo”, è, prima di tutto, una certa maniera di comprendere, di organizzare e di agire all’interno della vita umana e sulle sue coordinate fondamentali: beni materiali, potere, sessualità. I beni materiali che consideriamo come nostro possesso, il potere che esercitiamo mediante la libertà, e la sessualità che costruiamo ed esprimiamo attraverso le nostre relazioni, sono le materie prime che gli esseri umani trasformano in “mondo”, sia il Regno di Dio o il Regno di Satana, progettando il loro destino personale e collettivo nella storia. Ciò che caratterizza la Vita Religiosa, come forma di vita, è che le membra, individualmente e comunitariamente, s’impegnino pubblicamente, per tutta la loro vita ad un approccio specifico ai beni materiali, potere e sessualità, approccio che crea una realizzazione particolare concreta del Regno di Dio, 24 ore su 24, 7 giorni alla settimana. Ma il Regno di Dio e il Regno di Satana si sovrappongono e s’intrecciano in tutta l’esperienza umana, al fine di stabilire una forma di vita nella quale non deve esserci alcuna eccezione alla dinamica della vita secondo il Vangelo e alcun compromesso con la dinamica del mondo del diavolo, effettivamente i Religiosi costruiscono un’alternativa alla dinamica del mondo del male, nel saeculum. Dobbiamo riconoscere il carattere utopistico di questo progetto che nel contesto postmoderno è particolarmente sottoposto ad una sfida in ragione del sospetto che grava su tutti i progetti unitari e le ‘meta-narrative’. Prima del rinnovamento, inaugurato dal Concilio Vaticano II, i Religiosi hanno spesso cercato di risolvere il problema dell’ambiente ambiguo nel quale il Regno di Dio e il Regno di Satana sono intimamente intrecciati da una separazione fisica dalle persone e dai processi che circondavano i loro conventi e monasteri. Ma, mentre questo modello della vita religiosa visto come “istituzione totale” è stato de-costruito, così come doveva essere, per favorire il pieno coinvolgimento nell’iniziativa umana che il Concilio ha riconosciuto essere la vocazione della Chiesa e quindi dei Religiosi. Da ciò sono emerse più chiaramente la piena gravità, la portata, e la difficoltà della Vita Religiosa come forma di vita alternativa. Dato che questo progetto non è più protetto dall’isolamento fisico e sociale, né legittimato da un rigetto totale, se non una condanna, di tutto ciò che è esteriore alla Vita Religiosa poiché di questo “mondo”, i Religiosi sono sollecitati a ri-articolare chiaramente l’essenza della loro impresa, e ad impegnarsi esplicitamente a perseguirla proprio in mezzo a questa situazione ambigua, dentro la storia umana, nelle culture e negli ambienti sociali che sono strutturati in larga parte dalla dinamica satanica di sfruttamento sessuale, di dominio politico e di oppressione economica; dinamica chiusa in una lotta mortale con le iniziative, religiose e non religiose, che operano per promuovere le giuste relazioni tra tutte le creature di Dio. I Religiosi costruiscono il loro mondo alternativo con la professione dei voti. La professione è l’atto solenne e pubblico mediante il quale alcune persone integrano la loro vita nella costruzione della realtà che trae la sua origine dalla visione carismatica del fondatore o della fondatrice e che la vita di generazioni di religiosi di una determinata comunità è stata vissuta concretamente. Vivendo i voti a livello personale e in comunità, i Religiosi creano la forma di vita distintiva e caratteristica mediante la quale partecipano alla missione della Chiesa testimoniando e realizzando il Regno di Dio in questo mondo. E’, perciò, cruciale liberare la nostra comprensione riguardante la Professione e i voti dal quadro quasi esclusivamente giuridico in cui sono imprigionati, specialmente a partire dalla revisione del Codice di Diritto Canonico del 1917. La professione era vista come l’assumere, con la professione, degli obblighi ritenuti strettamente superflui. In realtà, la Professione è un impegno globale, un orientamento di tutta la persona, di tutta la sua vita e di tutta la sua storia verso la realizzazione del Regno di Dio, mediante mezzi speciali. E’ una realizzazione specifica e coraggiosamente incondizionata delle promesse battesimali che non si riduce ad un semplice controllo di comportamenti specifici. I voti, qualunque essi siano in una congregazione, sono metafore globali, fondate sul Vangelo, uno stile di vita che i Religiosi assumono nei confronti delle coordinate fondamentali dell’esistenza umana: beni materiali, sessualità e potere. E’ attraverso queste metafore che noi immaginiamo e costruiamo la parabola vivente della Vita Religiosa come mondo alternativo. Come le parabole di Gesù, i voti non solo descrivono ma, attraverso la narrazione, generano un mondo diverso, non semplicemente un modo diverso di vivere nel mondo. Il mondo delle parabole di Gesù, il Regno di Dio che Egli presenta, è un mondo di perdono infinito, un ristorarsi abbondantemente alla festa nuziale della vita eterna dove gli ultimi saranno i primi e gli emarginati sono inclusi, un mondo d’uguaglianza e dignità per tutti. In ciò che segue, molto brevemente e non adeguatamente, riferirò come, attraverso due dei voti, povertà e obbedienza, i Religiosi cercano di trasformare questa storia in realtà, di generare questo mondo alternativo e di presentarlo nella e attraverso la Chiesa al mondo nel quale essi vivono, come una reale possibilità, un futuro pieno di speranza. Il tempo non ci permetterà di trattare il voto del celibato consacrato (che altrove ho fatto per esteso) , ma spero che la considerazione di questi due voti risveglierà la nostra creatività allo scopo di arrivare a questo processo immaginativo nella nostra discussione. II. Povertà evangelica: l’economia del Regno di Dio La povertà è luogo di grande ambiguità e di grande senso di colpa tra i Religiosi. Spesso ci sentiamo a disagio, persino ipocriti nel godere di un benessere materiale sufficiente in un mondo dove tanta gente è nel bisogno e perfino nella miseria. Forse questo malessere è un invito dello Spirito a scandagliare più profondamente il significato della povertà che noi professiamo. La povertà concerne, prima di tutto e fondamentalmente, i beni materiali, le risorse senza le quali non possiamo affatto vivere, tanto meno vivere bene. Dunque, abbiamo naturalmente la tendenza a considerare la povertà in termini quantitativi. Di quale proprietà o di quali mezzi finanziari possiamo disporre, individualmente e comunitariamente? Su quale base dovremmo misurare i nostri beni? Suggerisco a questo punto che la nostra attenzione sia posta meno sulla quantità dei beni di cui ci occupiamo, cosa che, necessariamente, varia enormemente da una situazione all’altra, che sul sistema economico all’interno del quale e in base al quale noi trattiamo i beni materiali. E il criterio della povertà evangelica liberamente scelta, che è molto diverso dalla privazione non scelta, dovrebbe derivare, non dal confronto del nostro tenore di vita con quello di una qualsiasi classe economica, ma dal Vangelo. Il Vangelo dice molte cose a proposito dei beni materiali, dei nostri atteggiamenti e comportamenti di fronte a questi beni, e del tipo di mondo che generano tali atteggiamenti e comportamenti. Esso, però, non parla della ricerca attiva della privazione, e tanto meno della miseria oppure del confronto tra i diversi tenori di vita. Questo potrebbe suggerirci in che cosa bisogna concentrare la nostra attenzione. Permettetemi di divagare per un momento dal tema e di fermarmi sul pensiero di un critico americano, Lewis Hyde, il cui libro pubblicato più volte, intitolato “The Gift”, è una profonda riflessione sul nostro argomento. Studiando a fondo la nostra tipologia di superficie concernente le economie sotto forma di scambio, industriale, tecnologico, e così via, Hyde ci propone che ci sono essenzialmente due tipi di economie, ossia due modi di organizzare l’uso dei beni materiali nella società: le economie di beni materiali e le economie di dono. In una economia di beni materiali, i beni sono considerati come oggetti di possesso e la prima attività economica è l’acquisizione. L’oggetto del comportamento economico è di sottrarre alla circolazione, quanto possibile, i beni disponibili mediante l’acquisto privato. Lo stato sociale e il potere appartengono alla persona che possiede di più e, poiché i beni materiali sono intrinsecamente limitati, ciò che possiede una persona, un’altra non può averlo. In una simile economia a somma zero, si considera come comportamento naturale, necessario per la sopravvivenza di desiderare di avere più di quanto si ha realmente bisogno, di risparmiare in vista di un’eventuale necessità futura, ostentare i propri possessi, di contendere i beni considerati sempre tanto scarsi, solo perché sono limitati. In altri termini, l’avidità, la cupidigia, l’accumulo di riserve, il consumo esagerato, il conflitto, e anche la difesa dei propri beni, a spesa della vita altrui, sono virtù in una economia di prodotti. Al contrario, in un’economia di dono, che caratterizzava molte società primitive e caratterizza tuttora alcune comunità tribali, i beni materiali sono considerati prima di tutto come beni ricevuti - da Dio, dalla natura, dalla famiglia, dalla comunità e quindi come beni che, a nostra volta, possiamo donare agli altri. La principale attività economica è la circolazione dei beni, per contribuire al benessere della comunità mediante il lavoro personale, l’uso dei propri talenti, la condivisione dei beni materiali. La proprietà è relativa alle necessità degli altri e nessuno possiede come proprio quello di cui tutti hanno bisogno, come la terra, l’acqua, il cibo e l’aria. In un’economia di dono, la posizione più elevata appartiene a colui che contribuisce di più. La vera povertà consiste non nell’avere niente, ma nell’avere nulla da offrire. La penuria può costituire, a volte, una preoccupazione per la comunità, ma non è una disgrazia personale. L’avidità e l’accumulo di beni, persino il rifiuto di condividere quello di cui uno ha veramente bisogno, specialmente quando altre persone della comunità sono nella necessità, è disonorevole ed ignobile. Il consumo esagerato è volgare. L’irresponsabilità o il rifiuto di lavorare sono aspetti vergognosi. Le virtù che si ammirano in un’economia di dono sono generosità, condivisione, lavoro, responsabilità, semplicità, compassione verso coloro che sono meno fortunati. E’ superfluo sostenere che queste economie non sono uguali dal punto di vista morale. Dal punto di vista cristiano, l’una è chiaramente contrassegnata dalla firma del Maligno, ossia, la divisione; l’altra fornisce un substrato fertile ai valori evangelici di buone relazioni in una comunità di vita condivisa. Su questo sfondo, ritorniamo alla nostra riflessione sulla povertà evangelica che professano i Religiosi e mediante la quale essi costruiscono e vivono il mondo alternativo del Regno di Dio. Nel racconto evangelico del giovane ricco (Mc 10, 17-22 e paralleli) il quale chiede a Gesù che cosa deve fare per ereditare la vita eterna, Gesù risponde che tutti sono chiamati ad obbedire ai comandamenti. Ma quando il giovane insiste, Gesù gli dice che gli manca una cosa sola. Dovrebbe spogliarsi completamente dei suoi beni e unirsi al gruppo itinerante dei discepoli che seguono il Gesù senza casa. Notate che Gesù non dice al giovane di diventare miserabile e morire di fame, di assideramento o di malattia. Né gli propone un ideale ascetico. Gesù invita il giovane ad unirsi ad una comunità di discepoli che non posseggono beni personali e che vivono una vita semplice, condividendo la stessa borsa e accettando la generosità altrui, come pure aiutano altri liberamente annunziando il Vangelo con parole ed opere. Prima di fare il voto di povertà, i Religiosi cedono l’amministrazione di tutto quello che posseggono (la loro eredità) e rinunciano al possesso di tutto ciò che potrebbero acquisire col lavoro o in dono. Anche se legalmente hanno ancora l’eredità, i Religiosi rinunciano a tutti i diritti di proprietà, “all’uso e all’usufrutto” della proprietà, così come al controllo indipendente di qualsiasi cosa che potrebbero acquistare nel futuro. In altre parole, il Religioso, funzionalmente, diventa, dal punto di vista economico, senza proprietà, totalmente interdipendente nella comunità. Se tutti i membri della comunità vivono seriamente il voto di povertà, creano e vivono radicalmente in un’economia di dono. Tutto ciò che è utilizzato da qualsiasi membro è tenuto in comune, ossia, ciascuno mette tutto nel fondo comune, e ciascuno riceve da questo fondo secondo i suoi bisogni. I Religiosi hanno accettato la condizione che il giovane ricco rifiutò perché “egli possedeva molti beni”. Non fu di fronte alla difficoltà o alla prova che egli esitò. Dopo tutto, aveva osservato tutti i comandamenti “sin dalla sua giovinezza”. Quello che non riuscì ad accettare fu l’idea di rimanere senza beni personali, individuali. Il gruppo dei discepoli di Gesù itineranti viveva una comunità di dono, condivideva la semplicità, dove non c’era spazio per le comodità personali. Per le persone moderne intraprendere questo tipo di vita economica vuol dire creare un mondo economico alternativo nel contesto della globalizzazione del capitalismo di mercato. Un altro episodio evangelico, la parabola degli operai dell’undicesima ora (Mt 20, 1-16) illustra un secondo aspetto economico del mondo alternativo creato dai religiosi. Il padrone della vigna, che chiaramente è un’immagine di Dio, impiega una serie di operai, cominciando di buon mattino con un gruppo e terminando con un gruppo assunto un’ora prima della scadenza del tempo. Il padrone si accorda di dare a ciascuno ciò che spetta e alla fine della giornata, egli dà a tutti la stessa paga, accertandosi che gli operai della prima ora vedano ciò che hanno ricevuto gli operai delle ore 17.00. Indignati obiettano. Le persone che hanno lavorato più ore e di più non dovrebbero ricevere di più di quelli che hanno lavorato di meno? Le paghe non dovrebbero essere proporzionate al lavoro? Tuttavia, colui che rappresenta Dio sostiene di agire secondo un sistema economico diverso. Nessuno ha guadagnato qualcosa; tutto è dono! La generosità divina, non lo sforzo personale, è la fonte di ciò che ciascuno ha ricevuto. Il padrone della vigna domanda: “Sei invidioso perché io sono generoso?” Tutto ciò che abbiamo, noi lo riceviamo gratuitamente dalla liberalità di Dio. Senza il nostro stesso essere, la nostra forza e i nostri talenti, e “l’utilizzo” che Dio fa di noi, non potremmo fare niente. Il nostro sistema di acquistare col guadagno è una sistemazione umana provvisoria in una economia dei beni. Questo non esprime la nostra vera relazione con i beni materiali che sono sempre un dono che Dio fa a noi, e un dono che noi ci facciamo reciprocamente. Ma ancora più rilevante è la gradualità di remunerazione del padrone della vigna. Egli ha convenuto di dare a ciascun lavoratore “ciò che è giusto”, vale a dire, la “paga di una giornata”, in altri termini, ciò di cui una persona ha bisogno per vivere. Le necessità corrisposte dalla “paga di una giornata” variano enormemente da persona a persona e sono culturalmente condizionate. Ma, qualunque sia il contesto, le persone che possono lavorare maggiormente non hanno bisogno più delle risorse necessarie per la vita e la missione. E le persone che non possono fare lo stesso lavoro non necessariamente hanno bisogno di avere meno per vivere; anzi, può darsi che abbiano maggior bisogno. Tutti dovrebbero contribuire secondo le loro possibilità al progetto comune e ricevere ciò di cui hanno bisogno. Il padrone della vigna non vuole vedere persone in ozio. Ma il diritto alla vita e alle risorse necessarie per sostenerla non dipende da ciò che facciamo. Il lavoro è piuttosto una vita in sovrabbondanza sostenuta come si deve. Questa rottura tra il lavoro e il diritto alle risorse per sostenere la vita è un sovvertimento fondamentale della nostra umana illusione di sapere che noi “sovveniamo ai nostri bisogni” con il nostro lavoro e la sua logica conclusione che coloro che sono meno capaci di lavorare meritano di soffrire la privazione. Gesù afferma che tutti dovrebbero contribuire secondo le loro possibilità, ma che tutti devono ricevere il necessario per la vita. Questo è l’atteggiamento che caratterizza una comunità religiosa che prende sul serio la vita economica comune, partecipare al lavoro concernente l’attività del ministero. Ciascun Religioso deve lavorare quanto può e come meglio può. I Religiosi, dunque, ad una certa età, non si “ritirano” dal ministero per vivere in ozio con i risparmi che hanno accumulato con i loro guadagni. Non sono diventati ricchi col lavoro e con i risparmi. I Religiosi non guadagnano personalmente, ma operano e ricevono il compenso come agenti della loro congregazione. Ma quando, a causa dell’età o della malattia, non possono più sostenere il “peso del caldo giornaliero”, continuano a svolgere il ministero nel modo come possono e a ricevere la “paga della giornata” nella comunità così come hanno fatto all’inizio della loro vita di lavoro. In altri termini, in una economia di dono, specialmente nella versione radicale di tale economia che comprende uno spogliamento completo e la totale interdipendenza economica, tutte le cose sono messe e tenute in comune, tutti lavorano tanto e quanto possono e nel miglior modo possibile, tutti si alimentano, si vestono, si curano e ricevono il necessario secondo i loro bisogni. Non esiste una classe sociale basata sull’economia, né stato sociale, né potere o influenza, derivanti da una ricchezza superiore, né dipendenza e né vergogna attribuita alla povertà, né miseria finché ci saranno risorse da condividere. L’economia di dono è la base materiale della comunità di discepoli, fondata da Gesù, basata radicalmente sull’uguaglianza. Non solo una tale comunità favorisce la giusta relazione dei membri con Dio (ossia, la gioiosa povertà di spirito che si esprime mediante la dipendenza dalla divina Provvidenza e l’apertura agli altri) e la giusta relazione degli uni con gli altri (ossia, una vita autenticamente comunitaria ispirata all’amicizia evangelica tra persone eguali), ma essa permette anche alla comunità di agire nel ministero liberamente e generosamente, non come i salariati pagati per il loro servizio in un’economia consumistica, ma come sorelle e fratelli che provvedono a persone, loro simili, nel bisogno. Le congregazioni religiose hanno scelto, per tradizione, ministeri a favore di persone svantaggiate proprio perché non possono pagare o pagare bene i servizi di cui hanno bisogno. I Religiosi possono permettersi di prestare il loro aiuto ai poveri perché non cercano di arricchirsi con il loro lavoro. Così, la gente che essi servono, da una parte non si sente né sfruttata né degradata dall’altra trattata con condiscendenza dai Religiosi che prestano l’aiuto con compassione divina. I poveri nel corpo, nell’intelligenza e nello spirito non sono dei mendicanti, ma fratelli e sorelle, di Gesù, prima, e, poi, di coloro che li servono in nome di Gesù. Gli stipendi dei Religiosi i cui ministeri pagano bene, il ricavato di investimenti prudenti, le donazioni di generosi partners-donatori possono aiutare a sostenere i ministeri che non riescono a mantenersi da sé. Tuttavia, è facile per una congregazione lasciarsi talmente coinvolgere nella dinamica di una cultura di prodotti da perdere di vista la differenza reale, anzi radicale tra ministero e impiego lucrativo anche se i due coincidono. Inoltre, avviene che i Religiosi possono essere chiamati a far parte di programmi ecclesiastici che sono estranei alla loro identità carismatica, in modo da diventare una fonte di operai a buon mercato piuttosto che agenti di ministeri all’interno della congregazione che si autogestisce. Questo non succederà se la comunità riflette sulle sue scelte e decisioni che riguardano i ministeri e comprende l’eccezionalità dell’economia creata dalla Professione della povertà evangelica e la sua relazione col ministero. Infine, il vivere autenticamente un’economia di dono in seno ad un’economia di beni materiali può offrire una testimonianza profetica che sfida le stesse convinzioni fondamentali del capitalismo moderno, così come Gesù sfidò il Giovane Ricco e i salariati del suo uditorio. Questo dice effettivamente, e in modo che solo imitando i poveri o praticando la grande privazione non si può dire, che la ricchezza materiale non sia il valore primario nella vita, che ogni proprietà sia provvisoria e condizionata, che tutte le persone abbiano il diritto a ciò di cui hanno bisogno, che l’avidità, l’accumulo di beni e il consumo esagerato non siano virtù, ma vizi, e che la violenza contro le persone a difesa della proprietà non sia mai giustificata. Se il voto religioso di povertà fosse vissuto seriamente e in maniera costante da ciascun membro di una congregazione, non importa quando e dove tale congregazione si trovi adesso o nel futuro, la sua spiritualità, la sua vita comunitaria, il suo ministero e la sua testimonianza presenterebbero veramente una sfida efficace alla costruzione del mondo del Maligno mediante la visione evangelica del Regno di Dio. III. Obbedienza profetica: la politica del Regno di Dio Torno ora a parlare, necessariamente in modo più breve, del secondo voto, l’obbedienza, mediante il quale i Religiosi costruiscono il mondo alternativo che smaschera e sfida il Regno di Satana. Questo voto ha assolutamente bisogno di essere ridefinito, oggi, in quanto il vero concetto di obbedienza è stato seriamente deformato e contaminato dalla politica di violenza e di dominio repressivo del mondo. Esaminare l’obbedienza in modo adeguato esigerebbe un’approfondita discussione sul significato delle correlative categorie di libertà e di autorità, ma non è possibile entrare qui in questi argomenti. Continuiamo a concentrare, invece, la nostra attenzione sul contributo dell’obbedienza profetica all’organizzazione politica della comunità Religiosa intesa come realizzazione particolare del mondo alternativo del Regno di Dio. Come la povertà concerne i beni materiali e quindi l’ordine economico, così l’obbedienza concerne il potere e quindi l’ordine politico. Come per la povertà non si tratta di rinunciare ai beni materiali, ma di stabilire un rapporto evangelico con questi beni, vale a dire, di liberarsene, cosa che aiuta a costruire un mondo alternativo dell’economia di dono, così per l’obbedienza non si tratta di rinunciare al potere, ma di sviluppare un esercizio profetico di potere, come vera libertà. Questo trasformerà allora la vita religiosa comunitaria e la sua missione in un mondo politico alternativo, vale a dire, un gruppo di persone uguali nella comunità e nella missione. La nostra domanda è di sapere a che cosa è simile il Regno di Dio politicamente? Nonostante la vita religiosa, nel corso della sua storia, si sia organizzata e abbia funzionato ispirandosi ai modelli disponibili in politica, specialmente quelli dell’impero o della monarchia di diritto divino e, oggi, in una certa misura, ad alcuni paesi quasi democratici, uno dei fatti singolari della Vita Religiosa è che essa non è una società naturale e, di conseguenza, l’organizzarsi politicamente secondo tali modelli, fa violenza al suo stesso essere. Tutte le forme di organizzazione politica gerarchica, specialmente quelle che si ritengono poggiare su disuguaglianze ontologiche, esigono che alcune persone, per esempio, i nobili, i bianchi, gli uomini, i chierici, le persone libere, ecc… governino gli altri, per esempio, la gente del popolo, la gente di colore, le donne e i bambini, i non consacrati, gli schiavi, ecc… per volere e decreto divino. Ma le disuguaglianze ontologiche che si ritengono fondare la gerarchia e le sue espressioni governative nelle società secolari ed anche ecclesiastiche non esistono, infatti, nella comunità religiosa. Né si verifica nella comunità religiosa il tipo di uguaglianza soggiacente alla nozione democratica del governo di maggioranza stabilita dal principio “una persona un voto”. In altri termini, la comunità religiosa, per sua stessa natura, non è né gerarchica né democratica. La vita religiosa non è una società naturale, ma una società volontaria. Prima di tutto, nella comunità religiosa, non ci sono bambini con i quali i genitori hanno una relazione gerarchica d’autorità naturale, e forse la sola autentica (sebbene temporanea). Tutti entrano nella vita religiosa in quanto adulti liberi. Secondariamente, le comunità religiose sono generalmente aggregazioni di persone di un solo sesso e quindi, non esiste la superiorità erroneamente affermata del genere maschile sul genere femminile. Terzo, il voto di povertà abolisce il sistema di classi, la gerarchia basata sulle ricchezze materiali. Quarto, i Religiosi lasciano le loro famiglie d’origine cosicché i titoli di nobiltà e la mancanza di questi diventano irrilevanti, al punto che, nel passato, si sopprimevano i nomi della famiglia. Infine, nessuno nasce nella Vita Religiosa e nessuno è obbligato ad entrare per la sua salvezza o santificazione, così la comunità non esercita alcuna presa sui membri. Riassumendo, la comunità religiosa è una società composta di persone adulte uguali e libere che scelgono di mettersi insieme, prima di tutto non l’uno/a per l’altro/a (come nel matrimonio), né principalmente per fare qualcosa insieme (come in un’impresa), ma perché il loro amore per Cristo e il desiderio di vivere il Vangelo in un modo particolare li attira insieme per perseguire tale ideale. La relazione reciproca dei membri della comunità e verso i ministeri che intraprendono insieme deriva dal loro impegno particolare per il Cristo, in risposta ad una vocazione personale sulla quale nessuno ha il controllo. Ma gli orrori dell’Olocausto perpetrati nell’obbedienza cieca all’autorità dello Stato, e l’analisi femminista del sistema gerarchico come sistema di potere fondamentalmente inefficiente basato sul dualismo dicotomico, hanno illuminato la nostra riflessione per discernere quale tipo di società e quale tipo di ordine politico il Vangelo chiami i cristiani ad immaginare e a realizzare. La comunità dei discepoli che Gesù radunò intorno a sé non era una versione riveduta dello establishment religioso del Giudaismo istituzionale o dell’Impero romano. Era qualcosa di radicalmente nuova, una consanguineità di fede, non di sangue (cf. Lc 11, 27-28) nella quale non si devono avere padri (cf. Mt 23, 8-10) e tutti coloro che ascoltano e compiono la volontà di Dio sono fratelli, sorelle, madri di Gesù (cf. Mc 3, 35). Si tratta di una comunità di credenti in cui non devono esserci rabbì o maestri che legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, poiché tutti sono discepoli dell’unico maestro, Cristo (cf. Mt 23, 6-11). Dev’essere un’entità politica in cui non ci sono i dominatori che esercitano il potere sugli altri e che si chiamano benefattori (Mt 20, 24-28) poiché tutti sono chiamati al mutuo servizio, a imitazione di Gesù che ha donato tutta la sua vita per loro. Gesù affermò categoricamente che il potere esercitato dai potenti è la via del mondo e “Non così dovrà essere tra voi” (Mt 20, 26; Mc 10, 43). La comunità di Gesù è, secondo la felice espressione di Elisabeth Schüssler Fiorenza, una società di persone uguali. Lo sviluppo nella stessa Chiesa istituzionale, di una struttura gerarchica dominante che presenta ricorso all’uso del potere coercitivo come mezzo normale di controllo, spesso rende questa versione evangelica della comunità cristiana virtualmente invisibile. Questo crea un imperativo: la testimonianza profetica del nuovo ordine politico che Gesù ha fatto nascere, non solo davanti al mondo, ma anche davanti alla stessa Chiesa istituzionale. La morte di Gesù per collusione dello Stato e dello establishment religioso manifesta la natura sovversiva di ciò che egli proponeva e l’accordo fondamentale delle due istituzioni sul potere. Il modo in cui Gesù vuole le relazioni tra i suoi discepoli sovverte fondamentalmente i sistemi politici, sia religiosi che secolari, che operano con la repressione esercitata dai forti sulle persone deboli. La Vita Religiosa se prendesse sul serio la sua natura di società puramente volontaria, composta di persone che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica, di raggruppamento di discepoli uguali, uniti nel servizio reciproco, potrebbe diventare il mondo politico alternativo delle strutture di questo mondo di potere e annuncerebbe al potere secolare e così a quello ecclesiale che è possibile una comunità veramente non gerarchica, di sorelle e fratelli riuniti intorno a Gesù, la vittima risorta. Il ricorso, nella società secolare, nella Chiesa istituzionale e, spesso, nella Vita Religiosa, alle strutture mondane politiche della gerarchia e della repressione del mondo, è basato sul timore che qualunque altro ordinamento politico degenererà inevitabilmente in una guerra caotica di tutti contro tutti per interesse personale. Soltanto una struttura gerarchica nella quale i potenti, dichiarando di parlare per Dio, attribuiscono l’autorità a se stessi e ai loro sostituti, può prevenire una tale catastrofe. Questo non è un timore fantasma, ma è un avvertimento di disperazione che annulla la speranza pasquale. La natura umana è in effetti deformata, incline alla violenza a causa di ciò che la tradizione chiama Peccato Originale, cioè , l’influenza del Maligno, il Principe di questo Mondo. Anche durante la sua vita, Gesù dovette intervenire nella dinamica del potere tra i suoi discepoli che manovravano per ottenere prestigio e potere gli uni sugli altri e cercavano di controllare le relazioni degli altri con lui. Ma Gesù non accettò queste dinamiche di potere come inevitabili e invincibili. Egli si rifiutò di assegnare posti privilegiati nel Regno di Dio (cf. Mt 20, 20-28 e paralleli), di ordinare ad un discepolo di ristrutturare il suo gruppo di discepoli secondo il modello scelto da un altro (cf. Lc 10. 38-42), di impedire ai bambini di andare da Lui (cf. Mc 10, 13-14 e paralleli) o di precludere alle donne o ai samaritani o ai pagani o ai malati oppure agli ultimi di seguirlo; la sua sequela era aperta a tutti (cf. Lc 19. 1-10) agli esclusi della società e della classe religiosa dirigente (cf. 7, 36-50), o di permettere ai suoi discepoli di far scendere un fuoco dal cielo su coloro che non avevano il loro permesso di predicare (cf 9, 51-55). Egli insistette che i primi fossero gli ultimi e gli ultimi i primi, pretese che i suoi discepoli fossero servi di tutti. Gesù continuò fino all’ultimo respiro ad accogliere i condannati come cittadini del Regno di colui che egli chiamava suo “Padre”, si rifiutò di ricambiare l’offesa ai suoi persecutori, o anche di condannare il peccatore non pentito (cf. Lc 23, 32-43). Non esercitò alcun potere o coercizione. Ma Gesù non era ingenuo. Egli non disse che questo sarebbe “andato” nel senso come l’intende il mondo. La politica di dominio è sempre stata la strada seguita dal mondo. Ciò che Gesù disse veramente è: non deve essere così tra di voi che siete chiamati da uno che vi ha lavato i piedi (cf. Gv 13, 1-15) e che rifiutò di far ricorso al potere, pur di salvare la sua stessa vita (cf. Mt 26, 53; Gv 18, 19-21). Ovviamente, se la Vita Religiosa deve essere una forma di vita pacifica, ordinata ed efficace sul piano ministeriale, che porti la testimonianza profetica della possibilità di una forma alternativa di comunità al servizio del Vangelo, deve sviluppare criteri e procedure mediante le quali decidere cosa fare e come farlo. L’obbedienza, la cui radice etimologica è “ascoltare”, è il principio di questa organizzazione evangelica non gerarchica. I Religiosi fanno voto di essere in ascolto, sempre e soprattutto, della voce di Dio, per cercare esplicitamente la volontà di Dio in questo mondo. L’obbedienza è un voto, non di sottomissione ad un controllo eteronomo, ma di ascolto della voce intima di Colui che solo esige veramente la nostra obbedienza. La pratica dell’obbedienza in comunità è il modo specifico e concreto di essere in ascolto, che caratterizza la Vita Religiosa. Nel passato, i Religiosi avevano tendenza a localizzare la voce di Dio esclusivamente nella Regola e nella volontà del superiore. Si supponeva che, nella misura in cui non si faceva la propria volontà, ma la volontà di un altro, si compiva la volontà di Dio. La psicologia moderna così come i disastri derivanti da un’obbedienza cieca rendono questo approccio molto discutibile. Al meglio, tale “obbedienza” rende infantili; al peggio, essa genera un vero male. Il Vaticano II, specialmente in Gadium et Spes e Perfectae Caritatis, ha esortato tutti i cristiani, Religiosi compresi, ad allargare il proprio punto di vista per esplorare i disegni di Dio. Dobbiamo scrutare i “segni dei tempi”, teoria fortunatamente imprecisa che abbraccia lo sviluppo storico e culturale, cambiamenti sociali, progressi scientifici e la coscienza di approfondire il contesto cosmico dell’umana avventura. Possiamo e dobbiamo considerare seriamente la nostra esperienza personale e collettiva per ciò che favorisce e ciò che ostacola la vita in Cristo e l’avvento del Regno di Dio. Il Vangelo deve essere la norma ultima di tutta la vita cristiana, la fonte perenne di spiritualità, e il cuore di tutta la riflessione teologica e prassi ecclesiale. Il carisma dei fondatori, i bisogni della Chiesa e del mondo, i doni e l’iniziativa dei membri, così come devono essere ascoltate con attenzione le costituzioni e le legittime tradizioni, e l’autorità dei leaders. Ma come trasformare una simile mescolanza di formazioni che ci pervengono, perché, invece di rimanere paralizzata da un’ondata di dati incoerenti, e polarizzata da numerosi e contrastanti programmi, la comunità possa vivere pacificamente e svolgere un ministero efficace? Naturalmente la risposta è “discernimento”. Anziché evitare il lavoro difficile del discernimento con una abdicazione passiva dell’autorità personale di fronte alla Regola, la tradizione o il superiore, i Religiosi devono esercitare il discernimento in modo vigoroso in un’atmosfera di uguaglianza e di libertà sforzandosi di ascoltare la voce di Dio nel chiasso del mondo e nella flebile voce che parla nella preghiera. E questo è il lavoro dell’intera comunità, non soltanto dei leaders, anche se i vari membri esercitano ruoli diversi nel processo, in momenti differenti. Nel corso della sua lunga storia, la Vita Religiosa ha sviluppato una tradizione sapienziale, custodita con cura nei documenti fondamentali, nelle sane tradizioni e costumi, e in una preziosa esperienza, che esercita un ruolo privilegiato nell’opera di discernimento. Tale tradizione deve svilupparsi continuamente poiché anche la migliore saggezza umana non è divina. Non dobbiamo, però, partire da zero ogni volta che ci troviamo di fronte alle decisioni da prendere. Inoltre, i Religiosi hanno imparato a scegliersi dei leaders che, quando sono in carica, esercitano un ruolo privilegiato in ciò che concerne il bene comune, articolando la visione futura e le decisioni corporative. Leaders e membri devono saper distinguere la megalomania o la fissazione ideologica, così come l’intimidazione esterna, dalla vera leadership che aiuta a non perdere di vista il bene comune durante il discernimento, senza mai presumere che la preoccupazione del bene comune sia il carisma esclusivo o il contributo di coloro che detengono l’autorità. Se nel passato l’obbedienza era intesa come sottomissione o condiscendenza, forse è meglio intesa oggi come partecipazione responsabile e generosa collaborazione. Collaborare significa lavorare insieme. La Vita Religiosa è un lavoro collettivo, nello Spirito, compiuto da tutti i membri, attraverso la costruzione della loro vita e la realizzazione della loro missione. Con il voto di obbedienza, tutti i membri si impegnano in questo progetto, sempre, nel momento opportuno e non opportuno, quando le proprie idee e progetti prevalgono e quando non prevalgono. Fare il voto di obbedienza è impegnarsi a partecipare al processo di discernimento e al lavoro che consiste nell’incarnare i frutti di discernimento nella vita e nella missione. Discutere a tavolino sul discernimento, riconsiderare una disillusione temporanea, una costernazione o anche un momento di disperazione, parlare con coraggio e ascoltare con vulnerabilità, rispondere responsabilmente alle decisioni che emergono dal discernimento comunitario e/o che sono articolate dall’autorità legittima, tutto ciò fa parte dell’obbedienza. Considerare l’obbedienza non come un’alienazione della propria libertà e responsabilità mediante la sottomissione, ma come un esercizio di libertà nella partecipazione e la cooperazione, è riconoscere ed affermare alcuni principi che sono emersi in pratica nelle congregazioni in vista del rinnovamento sulla scia del Concilio. Tuttavia, molte congregazioni si sono messe in movimento istintivamente, nello spirito del Concilio e del Vangelo, verso un’obbedienza degerarchizzata e demilitarizzata, alcune a volte non sono riuscite ad articolare questi principi e ad appropriarsi pienamente della loro vera valenza evangelica. Ciò può risolversi in una incertezza che è esacerbata dal fatto che in certi circoli gerarchici della Chiesa istituzionale si rigettano questi principi nella teoria, e si sopprimono nella pratica. Ciò che sto descrivendo come comprensione contemporanea dell’obbedienza, che sta per emergere nelle congregazioni in vista del rinnovamento non è una ribellione contro la dittatura passata né un rigetto dell’autorità legittima. Non è nemmeno l’indebolimento tranquillo dell’autorità e dell’obbedienza, in quanto ciascuno fa il proprio dovere e informa occasionalmente il superiore delle proprie decisioni. Le congregazioni religiose non hanno adottato una democrazia sacralizzata nella quale si vota (oppure no) e si vive della volontà della maggioranza. Parlo di una organizzazione profetica fondata sul Vangelo, dell’esercizio del potere all’interno della comunità per dare il massimo della libertà al servizio della santità personale e del ministero. Mi resta ora di proporre un elenco parziale di questi principi di obbedienza con una indicazione delle loro radici evangeliche e del loro potenziale profetico. Primo, la descrizione precedente si basa sulla premessa che la Vita Religiosa è una forma di vita che riunisce in una comunità volontaria cristiani adulti liberi, responsabili e impegnati, che sono radicalmente uguali in quanto esseri umani e in modo speciale in quanto figli di Dio, la cui uguaglianza non è né abolita né compromessa dalle disposizioni della leadership sempre provvisorie, che la comunità crea per stimolare il suo discernimento e i suoi impegni. Secondo, l’obbedienza profetica comporta un atto di fede prodigioso sotto l’azione potente della grazia che opera nelle persone di buona volontà per superare in modo continuo la volontà di dominare, la ricerca del privilegio, il ricorso alla costrizione che sono endemiche alla condizione umana tuttora sotto l’influenza del Principe di questo mondo. Terzo, essa afferma che l’intelligenza e la bontà, quando sono messe al servizio del bene comune e motivate dall’amore pressante di Cristo, possono e riescono a discernere i disegni di Dio, almeno nella misura necessaria per le decisioni da prendere qui ed adesso, e assicura che la comunità avrà il coraggio di correggere i suoi errori e di mettere in atto le decisioni validamente prese. Quarto, una tale visione dell’obbedienza è basata sulla convinzione del carattere inalienabile della libertà, del primato della coscienza, dell’accettazione della responsabilità per se stesso e per l’altro (altri), sull’umile accettazione dei limiti intrinseci nonostante tutto lo sforzo umano per conoscere ed agire, e sull’impegno nei processi e risultati del discernimento. In definitiva, l’obbedienza riconosce il valore e la piena serietà dell’impegno assunto con la professione, con i voti perpetui per partecipare attivamente a questa forma evangelica di vita politica, riconosciuta come dimensione costitutiva della sua crescita personale in Cristo e del suo impegno nel Regno di Dio. I Religiosi non si contentano di collaborano solo per passività o amabilità, quando hanno il tempo o hanno il desiderio di farlo. Essi assumono, con il voto, il senso totale di questa piena partecipazione alla vita e al ministero della congregazione. Il vivere al margine della comunità, con la minima partecipazione, non è una scelta legittima, ma una violazione del voto di obbedienza. La partecipazione comporta le maggiori esigenze e le minuzie noiose come il rendere conto finanziariamente e del ministero; così come l’investimento di tempo e di energia in cose riguardanti il lavoro di commissioni, consultazioni e capitoli, e a volte anche la grande dedizione personale di accettare cariche di autorità o di assumere qualche altro servizio di comunità a tempo pieno. Ciò comprende, a volte, il compito oneroso di risolvere i contrasti con altri membri e leaders. A volte richiede una vera abnegazione di sé per il bene comune. Come la povertà evangelica e il celibato consacrato, l’obbedienza profetica caratterizza tutti i momenti di ciascun giorno della vita dei Religiosi che hanno professato i voti, non perché osservano la regola o eseguono l’ordine del superiore, ma perché sono sempre in ascolto della più piccola manifestazione della volontà di Dio e della sua opera nel mondo, con il cuore continuamente aperto ad incarnare questa volontà nella propria vita e ministero. Sono convinta che vivere la politica del Regno di Dio può e deve fare entrare la vita religiosa in un futuro che è pieno di speranza. IV. Conclusione Permettetemi di concludere tornando alla nostra premessa, ossia, quella che, con i voti, i Religiosi creano un mondo alternativo che, essendo fondato sul Vangelo, sfida profeticamente il potere del Principe di questo mondo. Questo mondo alternativo non è un luogo oppure un gruppo di persone. E’ la costruzione di una realtà, un modo di immaginare e trattare le coordinate fondamentali della vita umana (beni materiali, potere e relazioni) che esprime e alimenta i valori evangelici del Regno di Dio. Non solo i Religiosi creano questo mondo come loro proprio ambiente, ma agiscono nel tentativo di creare un futuro diverso. L’icona della conferenza, la Samaritana in Gv 4 e il Samaritano in Lc 10, è un simbolo forte di questo nuovo mondo. Essere Samaritano, segno di una identità etnica e religiosa ai tempi di Gesù, era un principio di alienazione, di emarginazione, di esclusione, di inferiorità nelle relazioni con il Popolo Eletto. I giudei e i samaritani non avevano alcunché in comune, non utilizzavano alcuna cosa in comune, non avevano lo stesso luogo di preghiera, non accettavano gli stessi canoni della Scrittura. Ma queste due immagini evangeliche ci parlano di superare le barriere artificiali, di abbattere le mura di separazione, di rovesciare le strutture di potere, di smantellare il sistema di privilegi infondati, di mettere in comune ciò che è privato ed esclusivo allo scopo di costruire la comunità in questo mondo. Il dialogo tra Gesù e la Samaritana inizia con la richiesta di Gesù di fargli dono dell’acqua. E quando la donna invoca l’esclusione che l’impedisce di rispondere alla sua domanda, Gesù le offre un dono, la fonte perenne della vita eterna. L’invito al dono reciproco, ad una economia del dono piuttosto che di possesso (di beni materiali), porta ad una discussione sul carattere teologico della divisione tra Giudei e Samaritani, sulle loro origini patriarcali, la vera adorazione e l’identità del Messia. Capovolgendo i criteri biologici, geografici, storici o anche rituali della vera religione, in favore dell’adorazione di Dio in Spirito e Verità, Gesù stabilisce una nuova misura per l’inclusione. Gesù dice che tutti coloro che credono sono bene accolti nella sua nuova famiglia di fede, in un gruppo di persone uguali, e questo non in ragione della loro genealogia patriarcale, della loro ortodossia od ortoprassi, della loro garanzia della Scrittura oppure delle loro tradizioni. La proclamazione di Gesù, “né su questo monte né in Gerusalemme”, ma “in Spirito e Verità” relativizza tutte le prove umane in favore della inclusività divina e dell’uguaglianza basata sulla fede, cioè, sull’accoglienza del dono gratuito di Dio. E l’immagine di questa nuova offerta è il dono reciproco tra uomo e donna, tra Giudeo e Samaritana. In questa scena che descrive la nuova offerta non c’è né sfruttamento sessuale, né dominio da parte dell’uomo, né manipolazione da parte della donna, ma rispetto reciproco tra eguali. Non c’è negoziazione economica poiché Gesù condivide liberamente la sua identità e i doni divini (cf. Gv 4, 26) con la donna che liberamente accoglie e quindi diventa colei che liberamente condivide con gli altri abitanti della sua città ciò che ha ricevuto (cf. Gv 4, 29). Non c’è né esercizio di potere dominante tra questi due che hanno contatti da eguale a eguale, discernendo, attraverso il dialogo la volontà di Dio e la sua opera nel mondo, aperti ad una possibilità veramente nuova. In questa piccola località di Sichar, sessualità, beni materiali e potere sono stati integrati in una nuova creazione. Un nuovo mondo in cui il Principe di questo mondo non ha parte sta nascendo. Il versetto 27 della pericope rivela precisamente la radicalità della rivelazione di Gesù. I discepoli, tornando dalla città, sono scioccati dal fatto che Gesù stia discorrendo con una donna, e comprendono chiaramente che la includerà nella sua missione. Sembra che né l’essere discepolo né la missione siano riservati esclusivamente agli uomini, né questi uomini siano responsabili di ciò (cf. Gv 4, 37-38). Essi sono chiamati a raccogliere ciò che altri hanno seminato e lavorato per far crescere, per entrare a far parte di un’opera che non hanno mai iniziato e che non controllano. Al loro ritorno, i discepoli sono disturbati per il fatto che il loro ruolo di essere gli unici fornitori di Gesù è stato chiaramente usurpato da qualcuno [la donna?] che gli ha “portato qualcosa da mangiare” senza che essi lo sapessero e senza il loro permesso (cf. 4, 31-33). Ma Gesù guarda al di là della fame fisica che preoccupa i suoi discepoli, verso l’orizzonte di una nuova alleanza che egli sta per inaugurare, il tempo al quale Egli aspira ardentemente, quello del desiderio di Dio, quando la volontà universale salvifica di Dio si realizzerà oltre i confini d’Israele. Il Salvatore del mondo (Gv 4, 42) vede il precursore di questo nuovo giorno nei Samaritani, negli esclusi disprezzati, che crederanno in lui grazie alla testimonianza di una donna (cf. Gv 4, 39). La parabola del Buon Samaritano di Luca reca lo stesso messaggio invitando a varcare le barriere artificiali. Le barriere gerarchiche di purezza, di prestigio e di potere sono descritte dai questi due sacerdoti che passano accanto all’uomo aggredito dai briganti, dall’altra parte della strada. Ma il Samaritano, lui stesso un religioso emarginato in questo ambiente giudaico, anche se sembra essere finanziariamente benestante, ne ha compassione, tende la mano e si abbassa totalmente al livello della vittima e lo tratta come suo eguale, un essere umano come lui. Egli liberamente offre alla vittima tutto ciò di cui ha bisogno (Lc 10, 33-34). E Gesù dice che egli agisce così proprio perché riconosce il meno favorito e perfino il nemico, come suo prossimo. E’ chiaro che questo Samaritano che ignora tutte le barriere costruite dalla società e dalla religione per trattare come simile, una persona che aveva tutte le ragioni per disprezzare e odiare, che né gioisce né ignora la disgrazia di questo membro della classe oppressiva, è una immagine di Colui che, pur essendo di natura divina, non considerò la divinità qualcosa di geloso, ma spogliò se stesso fino a diventare uno di noi, simile a noi (cf. Fil 2, 5.7). Gesù non è venuto a stabilire una nuova religione con nuove barriere, nuove prove, nuovo sistema di caste basato sul sesso, sul potere o sulla ricchezza. Egli è venuto a inaugurare un nuovo mondo, a dare la possibilità di diventare figli di Dio a tutti coloro che credono in lui senza distinzione d’origine umana, di stato sociale, di sesso o di qualunque altro segno distintivo che gli esseri umani hanno creato per dividere l’umanità in classe dominante e oppressi (cf. Gv 1, 12-13). E’ questo nuovo mondo, questo gruppo di discepoli simili in cui non c’è né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, e noi potremmo aggiungere che non c’è né principe né umile, né ricco né povero, né sacerdote né laico, né bianco né di colore, né persona normale né omosessuale, e così via, che i Religiosi aspirano a creare con il loro modo di vivere. Mediante i voti perpetui del celibato consacrato, di povertà evangelica e di obbedienza profetica, essi stabiliscono un mondo alternativo che generano con la loro stessa vita 24 ore su 24. All’opposto della visione del Principe di questo mondo che presenta una razza umana irrimediabilmente divisa, i Religiosi testimoniano ad un popolo, la cui speranza scaturisce dalla Risurrezione, che la pace universale nel Regno di Dio è possibile. Essi cercano di annunciare in ogni cultura e in ogni tempo che il Salvatore del mondo è venuto perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv 10, 10). |
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