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UISG/USG Commissione Salute Gruppo AIDS
PRESENTAZIONE DEL CONCEPT PAPER
1. USG/UISG E AIDS: tappe di un percorso
Prima di percorrere brevemente le tappe del percorso che ci ha portato all’incontro di oggi, vorrei riassaporare insieme alcuni passi del messaggio di Giovanni Paolo II al Congresso Internazionale sulla Vita Consacrata del Novembre 2004.
“La vita consacrata deve farsi custode di un patrimonio di vita e di bellezza capace di ristorare ogni sete, fasciare ogni piaga, essere balsamo per ogni ferita, colmando ogni desiderio di gioia e di amore, di libertà e di pace. (…) Occorre aprire il cuore al soffio vitale dello Spirito, gareggiare a vicenda nell’amore fraterno e nel servizio, aprire le porte a chi è debole, solo e rifiutato (…). L’apertura del cuore e dell’intelligenza, prima che delle mani da sempre ha posto voi, consacrati e consacrate, in prima linea nel compito di rispondere alle povertà di vario genere che segnano le situazioni concrete. Anche oggi, voi dovete essere pronti a dare una risposta alle sfide che vengono lanciate a tutti gli uomini di buona volontà, ai singoli credenti, uomini e donne, alla Chiesa e alla società. Nel corso dei secoli l’amore per i fratelli, specie per i più indifesi, i giovani e i bambini, per chi ha perduto il senso della vita e si sente rifiutato da tutti, ha spinto i consacrati e le consacrate al dono di sé senza riserve. Continuate a spendervi per il mondo, consapevoli sempre che l’unica misura dell’amore è amare senza misura”[1]
Il Congresso sulla Vita Consacrata ha proposto le due icone evangeliche del Samaritano e della Samaritana; ci ha stimolato a leggere la realtà, a penetrarla e a rispondervi attraverso gli occhi, il cuore e le mani di questo uomo e di questa donna, diventati mediatori di un’acqua, di un olio, di un vino che risanano le ferite della persona. Tra le “convinzioni” che il Congresso ha elaborato attraverso l’apporto dei vari gruppi di lavoro, vi è quella del bisogno di una spiritualità di comunione[2] che si esprime anche in una intensificazione della collaborazione intercongregazionale. Si sottolinea inoltre la necessità di “promuovere la presenza della vita consacrata nei forum mondiali e negli organismi decisionali, come l’ONU, dove si decide il futuro dell’umanità”[3] e “laddove la vita è più minacciata”[4].
Stimolata dalla ricchezza di riflessione e di esperienza del Congresso, la Commissione Salute delle Unioni (USG e UISG) si è interrogata su quella che si presenta come una delle più grosse sfide dei nostri tempi: la pandemia della AIDS. Venne così formato il “Gruppo AIDS”, un comitato di religiosi e religiose che si occupano più da vicino della problematica, in stretta collaborazione con la Commissione Salute delle Unioni. Attualmente, la coordinatrice del Gruppo è Sr. Maria Martinelli, CMS, che presenterà in seguito il progetto di mappatura. Fin dall’inizio si è evidenziata la necessità di conoscere il lavoro che i religiosi/e già svolgono nel campo della lotta alla pandemia. Il conoscere ciò che già esiste è il primo passo verso una coordinazione più razionale delle molte energie che i religiosi stanno spendendo nel rispondere a questa crisi globale. Il conoscere la realtà permette pure di presentarla organicamente ad altri organismi pure impegnati nella lotta alla pandemia. Assieme a rappresentanti della Caritas Internationalis, il Gruppo AIDS ha avviato una serie di contatti con UNAIDS, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa in modo specifico del problema HIV/AIDS. Nel 2005 sono stati realizzati vari incontri, a Roma e a Ginevra, tra rappresentanti delle Unioni, della Caritas Internationalis e di UNAIDS.
2. L’incontro:“I religiosi nel mondo e la pandemia HIV/AIDS fra impegno, sfide e profezia”
Le riflessioni e gli scambi di esperienze realizzatisi durante vari e diversi contatti tra religiosi delle Unioni, personale della Caritas Internationalis e della UNAIDS, hanno generato l’idea di un incontro più allargato che coinvolgesse religiosi/e impegnati/e sul fronte del HIV/AIDS in diverse parti del mondo. E’ partito così il progetto “I religiosi nel mondo e la pandemia HIV/AIDS, fra impegno, sfide e profezia”, che ha preso corpo a Roma, presso la sede UISG, dal 12 al 14 dicembre 2005. L’obiettivo dell’incontro era duplice: - riflettere insieme sulla sfida della HIV/SIDA ed approfondire le ragioni teologiche che ci spingono ad impegnarci in questo campo - conoscere e rendere visibile il notevole lavoro che i religiosi già svolgono in questo campo, al fine di incentivare la collaborazione, stimolare un lavoro in rete ed avere strumenti per accedere ad un dialogo nei forum mondiali e con organismi decisionali a vari livelli (es. ONU)
L’incontro si è realizzato. Erano presenti quaranta religiosi/e provenienti da diverse parti del mondo, rappresentanti della Caritas Internationalis e di UNAIDS.
Le prime due giornate dell’incontro sono trascorse nello scambio di esperienze e nella conoscenza dei diversi aspetti del problema: lo stato della pandemia nel mondo, gli sviluppi della ricerca scientifica, la sfida che la pandemia pone alla vita religiosa, le prospettive nei vari continenti, la riflessione etica alla luce del magistero della Chiesa, le esperienze di diverse congregazioni nel campo della prevenzione, del trattamento, della assistenza agli orfani, dell’accompagnamento della persona che vive con HIV, del sostegno alle comunità/villaggio, dell’accostamento ai bambini sieropositivi, dell’approccio antropologico-culturale al fenomeno HIV, ecc.. Già nel secondo giorno si sono formati gruppi di lavoro per la elaborazione del concept paper (dichiarazione di intenti), che hanno continuato il processo il giorno successivo. La terza giornata è stata dedicata allo scambio di esperienze con Caritas Internationalis, alla continuazione della elaborazione del concept paper e, con l’aiuto di due esperte della UNAIDS, alla formulazione del questionario per la mappatura delle attività. L’incontro si è concluso con la celebrazione eucaristica presieduta da P. Monks, MI, presidente della Commissione Salute.
3. Il Concept paper
Il Concept paper rappresenta il risultato di un lavoro svolto in gruppi dai religiosi presenti all’incontro di dicembre. Si articola in cinque sezioni, ognuna delle quali riflette una pennellatura delle due icone evangeliche di riferimento: il Samaritano e la Samaritana. L’introduzione presenta le motivazioni che sostengono l’iniziativa dell’incontro le proposte successive. La passione per Cristo e per l’umanità, energia di vita, non può che generare modi di percepire, sentire, comprendere, decidere e agire conseguenti. Questa passione si traduce in un modo di essere nel mondo, un modo sostenuto e vivificato dallo Spirito che è amore attento e compassionevole, umile e gratuito, delicato e fedele. Questo tipo di amore, meravigliosamente incarnato dal Samaritano, non ci permette di “passare oltre” la persona, le persone (e sono milioni!) oggi abbandonate “mezze morte” ai lati delle strade dell’umanità, percorse spesso da veicoli sempre più veloci e sempre meno umani. Tra queste persone non ci sono solo “gli altri”, quelli “fuori”: ci siamo pure noi, religiosi e religiose, vulnerabili come il resto dell’umanità. Il virus HIV è solo fuori ma è pure dentro le nostre comunità. La sfida che il HIV/AIDS ci presenta è un invito a non fuggire, a non passare oltre, ma a cogliere l’opportunità di “fare una cosa nuova” proprio nel deserto di questa crisi. Abbiamo bisogno di riconoscere sempre più che il “servizio” è di fatto uno scambio di doni e che, dalle persone alle quali ci accostiamo, riceviamo una incommensurabile ricchezza, posta nelle nostre mani per essere condivisa. Che ne facciamo? La crisi della AIDS ci sollecita ad abbattere le barriere dell’individualismo, a inventare nuove sinergie, nuovi modi di metterci in rete, di unire le forze dentro un mondo in cui regna la frammentazione. Il documento presenta quindi la realtà della pandemia: attingendo ai dati dell’ultimo rapporto UNAIDS, questa sezione dipinge un quadro estremamente allarmante. Siamo di fronte ad un’epidemia in espansione, che ha già ucciso almeno 25 milioni di persone e ne colpisce oggi almeno 40 milioni. Davanti a questa tragedia, quali sfide emergono per noi religiosi, e quali risposte lo Spirito suscita? La terza sezione del documento affronta questo interrogativo, delineando alcune piste. Lo stigma e la discriminazione, minando gli sforzi di prevenzione, creano di fatto un clima favorevole alla diffusione dell’infezione. La globalizzazione del HIV richiede la globalizzazione della solidarietà per combatterlo. In questa globalizzazione della solidarietà, noi religiosi/e abbiamo un contributo unico da offrire: quello del nostro modo di percepire, sentire, comprendere, decidere ed agire sostenuto dai valori in cui crediamo, dalla passione per Colui al quale abbiamo dato la vita che ci abilita ad appassionarci come Lui ai fratelli e sorelle che incontriamo sulle vie del mondo. Questa passione è l’energia che ci porta a divenire instancabili costruttori di ponti: ponti di dialogo, di collaborazione tra diverse agenzie; ponti di comunicazione, di ascolto della persona spesso divenuta oggetto di mercato, oggetto di notizia, oggetto anche di trattamento, ma sempre più raramente soggetto con cui interagire. Ponti tra e con le culture, per riscoprirne le risorse, per imparare reciprocamente nella convinzione che ogni espressione umana è portatrice di germi di vita. La gravità della pandemia ci sfida pure a equilibrare l’esigenza di risposte urgenti con la necessità di un approccio integrale al problema che, lo vogliamo ribadire, non è soltanto medico, ma umano, e che pertanto riguarda tutte le sfaccettature della realtà così complessa della persona e della società. Osare un approccio olistico alla sfida dell’AIDS significa metterci in gioco, tutti e tutte, con la ricchezza dei nostri carismi specifici. Se l’AIDS è un problema umano, nessuno che abbia in cuore la passione per Cristo e per l’umanità può ritenersi esonerato dall’affrontarlo! Da questa consapevolezza nascono le strategie di azione che il documento propone. La nota dominante è la collaborazione delle menti, dei cuori e delle mani, che rende possibile un uso più razionale delle risorse di cui disponiamo, a tutti i livelli. Collaborare significa saper trasmettere e saper imparare, coscienti che nessuno ha il monopolio della scienza né, tanto meno, dello Spirito; collaborare significa saper ascoltare ciò che l’altro ha da dire, e sapersi aprire condividendo le proprie aree di forza ma anche la propria vulnerabilità, coscienti che nessuno è tanto povero da non aver nulla da dare, ma nemmeno tanto ricco da non aver nulla da ricevere; collaborare significa saper mettere in comune, anche quando ciò che abbiamo non sembrerebbe adeguato alla sfida che ci è posta dinnanzi, coscienti che ogni carisma ha il suo contributo prezioso, unico e specifico da offrire e che il problema AIDS non riguarda solo alcuni “addetti ai lavori”, ma tutti coloro che, in qualche modo, si occupano della persona umana, a maggior ragione se animati non solo da qualche motivazione filantropica, ma da una autentica passione per Cristo e per l’umanità.
Roma, 10 Marzo 2006
Sr. Simona Brambilla, MC |
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