RIUNIONE PLENARIA DELLE SUPERIORE GENERALI (UISG)

 

SVILUPPI DEL PROGETTO AIDS

 

Sr Maria Martinelli

Coordinatrice del Gruppo AIDS

Desidero innanzi tutto ringraziare l’Assemblea per l’invito ad illustrare brevemente il Progetto AIDS, che ha inaugurato l’attività della Commissione per la salute. Si può dire che anche questo è un frutto del Convegno sulla Vita Religiosa del 2004, che ha indicato nella maggiore collaborazione tra gli Istituti uno dei segni profetici per il nostro tempo.

La decisione di dare priorità all’HIV/AIDS e conseguentemente di nominare un gruppo di lavoro specifico (Gruppo AIDS), è legata alla gravità della pandemia ed insieme alla coscienza del grande impegno che come religiosi/e abbiamo messo sin dall’inizio nel fronteggiarla, rispondendo a questa tragedia impegnandoci accanto ai malati e alle loro famiglie, sviluppando programmi sanitari, di sostegno, di prevenzione, che in molti casi si sono diffusi a vari paesi e sono stati anche un modello per interventi su larga scala. Dobbiamo riconoscere anche alcuni limiti, primo fra tutti quello della frammentarietà dei nostri interventi. Ora siamo chiamati a collaborare con tutte le forze impegnate nella lotta all’AIDS, iniziando con il superamento della frammentazione che esiste tra di noi per arrivare a fare rete con gli Organismi che se ne occupano a vari livelli, fino ai grandi Organismi Internazionali. Ci siamo dunque proposti di accogliere la sfida della collaborazione e di presentare un “Progetto AIDS” che abbia come obiettivo generale quello di migliorare e far emergere la nostra vivacità in risposta alla pandemia, iniziando con il censimento di tutte le nostre attività in relazione ad essa, in tutto il mondo, per renderci conto in modo accurato e scientifico di quanto lavoro già facciamo, di eventuali lacune, difficoltà e miglioramenti da apportare.

 

Il primo passo è stato un incontro a Roma, dal 12 al 14 dicembre 2005, di religiosi/e già impegnati in vari progetti HIV/AIDS, al quale sono stati presenti anche 2 rappresentanti di UNAIDS e il Rev.Bob Vitillo, di Caritas Internationalis. Nei 3 giorni abbiamo esaminato la situazione globale della pandemia nel mondo, condiviso alcune riflessioni teologiche ed etiche, visto alcuni esempi di attività concrete condotte dai religiosi/e, elaborato un “Concept paper”e pianificate le strategie per il censimento.

Il passo successivo è stata la diffusione del Questionario per la raccolta dei dati, attraverso UISG e USG ai Superiori/e Generali, da questi ai Superiori Provinciali e di comunità.

Ad oggi sono arrivate poco più di 600 risposte, un numero non molto grande per la verità rispetto a tutte le comunità religiose che sono effettivamente impegnate sul campo, ma sufficiente per fare uno studio serio dell’impatto del nostro lavoro. Vorrei incoraggiare una ulteriore partecipazione: le grandi Organizzazioni sono particolarmente interessate ad interagire con noi e noi abbiamo una parola da dire, una parola che ha autorità perché non viene da elaborazioni teoriche ma da un vissuto realmente condiviso con le persone che soffrono. Noi accompagniamo le persone, le famiglie, i giovani, attraverso la tragedia dell’HIV e AIDS, conosciamo quali sono le loro paure, i loro bisogni veri, le loro angosce e le loro speranze; abbiamo il diritto ed anche il dovere di farle presenti ai “grandi”, di diventare concretamente un “ponte” tra i poveri e chi può, di impegnarci perché le risorse economiche disponibili per questo scopo arrivino effettivamente a chi ha bisogno. Non possiamo pensare di poter sostenere i nostri progetti, che sono su periodi lunghissimi, con le nostre sole risorse, dobbiamo arrivare ad avere maggiore accesso a questi fondi, e dobbiamo arrivarci insieme!

 

Aprendo lo Speciale incontro sull’HIV e AIDS delle Nazioni Unite nel giugno 2006, l’allora Segretario Generale, Kofi Annan, disse:

“Sono 25 anni che il mondo ha sentito parlare per la prima volta di HIV/AIDS. Guardando indietro sembra che ‘quell’età dell’innocenza’ appartenga non solo ad un tempo differente, ma ad un mondo differente. Da allora, l’HIV/AIDS si è diffuso secondo modalità che vediamo solo negli incubi. Si è esteso più velocemente e con maggiori effetti catastrofici a lungo termine di qualsiasi altra malattia. Il suo impatto è diventato un devastante ostacolo al progresso dell’umanità”

 

Vediamo sommariamente le dimensioni che spaventano e l’impatto della pandemia sulla famiglia umana:

 

-          Secondo i dati diffusi da UNAIDS, alla fine del 2006 erano 39,5 M le persone viventi con il virus. 4.3 M sono state infettate nell’anno, 2.9 M hanno perso la vita, di cui 2,1 M in Africa.

-          Questo significa, ogni giorno: 11.000 nuove infezioni, di cui 1500 in bambini sotto i 15 anni di età; 8.000 morti.

-          Il peso maggiore dell’HIV è ancora nei paesi in via di sviluppo (95%). Questa malattia colpisce principalmente persone giovani e le donne portano il 50% e oltre di questo peso. Si parla di 15 milioni di orfani!

-          L’Africa Sub-Sahariana resta la regione maggiormente affetta al mondo. Un po’ più di un decimo della popolazione mondiale vive in quest’area, ma ci sono più del 64% di tutte le persone che vivono col virus. (24, 7 M). Tre quarti di tutte le donne positive vive in Africa Sub Sahariana.  

-          Il grosso dell’epidemia sembra arrivare più tardi in Asia e Pacifico, tuttavia gli esperti sono molto preoccupati per quanto sta emergendo in quest’area, ad alta densità di popolazione. La prevalenza sta crescendo in Cina, Indonesia, Papua Nuova Guinea, Vietnam, India.

-          Anche l’Europa Centrale e dell’Est hanno una situazione preoccupante.

-          I Carabi sono la seconda regione più affetta.

-          Nel Medio Oriente e Nord Africa, anche se la prevalenza è bassa, i dati indicano una crescita. 

-          Nei paesi ad alte risorse economiche le persone infette vivono più a lungo e mantengono una buona qualità di vita per la possibilità di medicine adeguate. Però un numero più alto di donne si infetta in questi paesi, come un più alto numero di persone di colore e altre persone ai margini e povere. E sembra esserci nuovamente un aumento in uomini omosessuali.

 

Al di là dei numeri tuttavia, è importante l’impatto dell’HIV sulla vita sociale e lo sviluppo. Possiamo dire che quello che vediamo sono gli effetti dell’HIV: prematura perdita di vite umane e di capacità tecniche, di conoscenze e di cultura, distruzione di famiglie, milioni di orfani, mancato rispetto dei diritti umani. Inversione di progresso economico, sociale e in ambito sanitario, riduzione marcata dell’aspettativa di vita, rallentamento della crescita economica, maggiore povertà ed esacerbazione della scarsità di cibo.  

Ma le radici sono a livello sociale, culturale e di genere: situazioni che mortificano la dignità umana, includendo ingiustizie strutturali, pregiudizi, mancanza di giustizia distributiva, ineguaglianze di genere, abusi sessuali, traffico di esseri umani e commercio sessuale, scarso impegno nell’educazione dei bambini e giovani, e specialmente delle bambine. E ancora: ambienti di estrema povertà, malnutrizione, debolezza di potere decisionale delle donne e ragazze, servizi sanitari inadeguati, mancanza di opportunità di lavoro e di servizi ricreativi per i giovani… Tutto questo significa un terreno fertile per la trasmissione e lo sviluppo della malattia.

 

Noi religiosi/e siamo presenti lì dov’è la gente che soffre, con le nostre scuole siamo presenti lì dove sono i giovani, con le nostre attività pastorali dappertutto. Siamo molto impegnati/e anche in attività di advocacy, di Giustizia e Pace, di riflessione teologica, ma in questi ambiti dovremmo esserci di più. Penso che abbiamo una parola da dire, per esempio, sull’etica dell’accesso ai farmaci e sull’etica della vita umana, a partire dall’etica sessuale, non tanto centrata su negazioni quanto piuttosto su proposte positive di valori. Abbiamo una parola da dire contro stigma e discriminazione e contro il silenzio e il diniego dell’epidemia da parte di tanti paesi. Lì dove tutto è concentrato sulla medicalizzazione, possiamo stimolare un maggior impegno nella prevenzione, particolarmente in ambito educativo.

Noi religiose, in quanto donne, abbiamo una parola da dire sulla sua femminilizzazione, legata a persistenti ineguaglianze e sfruttamento delle donne.    

Gli ambiti di azione sono tanti e direi che veramente c’è posto per esprimere tutti i nostri carismi: questa epidemia terribile è una nuova chiamata per ciascuna delle nostre Congregazioni, nate dal cuore di Dio, nate dalla compassione e prossimità di Dio verso l’umanità sofferente e bisognosa. Per noi donne consacrate è una chiamata anche a ri-orientare il fuoco della nostra carità a beneficio delle donne e delle ragazze in modo speciale. 

 

Il nostro progetto ci ha portati a partecipare a diversi incontri internazionali ai quali siamo stati invitati perché è ritenuto interessante e particolarmente promettente per un passo avanti nella lotta all’AIDS, sia da parte di UNAIDS e altri Organismi Internazionali che dei Vescovi Africani ed altri che via via ci conoscono: Ginevra, Toronto, Nairobi, Roma. Altri meetings sono in programma per i prossimi mesi. La GeorgeTown University di Washington sta elaborando i dati pervenuti attraverso i questionari ed i primi risultati si dovrebbero avere tra poco. Vediamo anche che man mano che si partecipa ad incontri la rete di relazioni si allarga ed appaiono nuove opportunità di collaborazione: sarebbe opportuno che altre Congregazioni mettessero a disposizione delle persone per portare avanti ed espandere questo lavoro e per esplorare nuovi ambiti di servizio.

 

Mi sembra importante tenere presente quello che può essere un concetto chiave: accogliere anche ciò che può rappresentare una sfida, come può essere l’interazione con i grandi Organismi, per poter dire una parola, mettere un’idea che sia secondo il nostro pensiero, esserci anche lì dove in qualche modo si decidono le policy. Superare dunque la paura del confronto, nell’interesse di tanti poveri. Il dialogo ormai avviato con alcuni grandi Organismi è promettente e confidiamo che si possa rafforzare. Intensifichiamo la collaborazione tra di noi Istituti Religiosi, come abbiamo scritto nel Concept paper, per imparare gli uni dagli altri le strategie migliori, soprattutto per essere fedeli a quella passione per Cristo e per l’umanità che anima e guida da sempre le nostre scelte e che lungo i secoli ha portato i religiosi/e, profeticamente, anche su cammini inusuali.


Roma, 09/04/07