Sfidate a tessere una nuova spiritualità

che generi speranza e vita per tutta l’umanità”

 

Suor Enrica Rosanna, fma

 

Care sorelle, e cari fratelli presenti, mi è stata chiesta una testimonianza quasi a conclusione di questo incontro di famiglia, sì di famiglia, perché questa è la vera esperienza che ho fatto in questi giorni: ritrovarmi a casa, in famiglia, con sorelle che conosco da sempre perché condividono la mia vita, le mie speranze, le mie attese, le mie fatiche.

Per questa esperienza, grazie. Scalda il cuore, rinfranca l’anima, dà speranza e permette di affermare con convinzione: ma chi osa dire che la vita religiosa è al tramonto? Siamo un numero grande di sorelle e portiamo qui con noi le 750.000 sorelle che sono nel mondo!

Questo “convenire” è un dono grande del Signore, dobbiamo essergli profondamente grate!

 In concreto mi è stato assegnato un compito: “Condividere con voi quello che ho visto e udito in questa Plenaria”. Vorrei adempiere al compito con semplicità, evidenziando i punti che mi hanno maggiormente stimolato a riflettere perché mi sembrano fondamentali per generare speranza e vita per tutta l’umanità. In particolare, mi ha interrogato profondamente il verbo “generare” (espresso nel titolo dell’incontro: Sfidate a tessere una nuova spiritualità che generi speranza e vita per tutta l’umanità), un verbo tipicamente femminile, di cui noi donne portiamo impresso – anche nel corpo – tutta la fecondità.

 Il verbo generare mi ha portato molte volte a riflettere sull’identità della donna, sul suo “genio” (secondo la felice espressione di Giovanni Paolo II). La sottolineatura dell’identità femminile è emersa ripetutamente in questi giorni.

 

Il genio della donna

 Il “genio della donna” (che noi abbiamo visto declinare in molteplici espressioni: donna figlia, donna lavoratrice, donna manager, donna consacrata…) è quel punto focale intorno a cui si coagulano tutte le riflessioni sulla missione che ogni donna è chiamata a compiere nella società e nella Chiesa a servizio della persona umana. “Genio”, da non confondersi o identificarsi con il tradizionale stereotipo della femminilità, ma come espressione al femminile del triplice munus sacerdotale, profetico, regale e come partecipazione e coinvolgimento delle donne in vari ambiti (arte, scienza, religione, economia, salute, cultura, politica, educazione, famiglia..) attraverso l’apporto specifico della loro femminilità.

 Genio, pertanto, come valore inestimabile della femminilità, del nostro modo di esistere e di rapportarsi con il mondo. Genio come “cifra” dell’essere della donna che, particolarmente nella Chiesa, deve trovare «spazi, tempi e modi di esprimersi sia perché la donna nella sua iconicità di vergine-sposa-madre è paradigmatica in ordine alla fedeltà-fecondità della Chiesa tutta, sia perché la Donna assolve – sull’esempio di Maria – quella diaconia materna verso i nuovi figli di Dio e della Chiesa affidati in modo forte alle sue cure»[1]. Ecco perché l’affidamento, il prendersi cura (in tutte le sue espressioni: prendersi cura della vita, dei poveri, della verità, dell’educazione, della famiglia, della pace, degli anziani…) era diventato un leitmotiv negli scritti di Giovanni Paolo II. Nella Mulieris dignitatem scriveva: «La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in modo speciale l’uomo, l’essere umano [...] proprio a motivo della sua femminilità [...]. La donna è forte per la consapevolezza dell’affidamento, forte per il fatto che Dio “le affida l’uomo”, sempre e comunque [...]. I nostri giorni attendono la manifestazione di quel “genio” della donna che assicuri la sensibilità per l’uomo in ogni circostanza: per il fatto che è uomo».[2]

 A noi donne appartiene, dunque, in modo del tutto peculiare – anche se non esclusivo – l’attitudine ad accogliere, a custodire, a far crescere, e nulla di ciò che riguarda la vita, la vita umana in particolare, anche la vita spirituale, ci è estraneo. A noi appartiene il compito peculiare di generare vita. Il dono della femminilità diventa così anche un compito: ciascuna di noi deve conquistare, costruire la propria femminilità, ed è specialmente nel nostro donarci agli altri nella vita di ogni giorno che cogliamo la vocazione profonda della nostra vita. S. Agostino dice: “Fa’ che il dono ricevuto diventi tua conquista”. E Santa Caterina da Siena: “Diventate ciò che siete e metterete a fuoco l’Italia”.

Da qui allora una constatazione, che è rimbalzata più volte in questi giorni: il genio della donna non ha ancora detto tutto alla storia dell’umanità (spesso perché le è stato impedito per molte ragioni diverse: sfruttamento, violenza, sopruso, potere, interesse…); è pertanto quanto mai urgente invocare quel “supplemento d’anima” di cui noi donne siamo portatrici per camminare speditamente verso quell’umanesimo integrale che non diventerà tale finché sarà claudicante al maschile.

 Noi donne, non possiamo però giocare questo ruolo da sole, dobbiamo portarlo avanti insieme all’uomo, in reciprocità con lui. Questo “essere aiuto” non è infatti unilaterale: «la donna è “aiuto” per l’uomo, come l’uomo è “aiuto” per la donna!»[3]. Soltanto insieme possiamo elaborare una cultura della persona umana, che non sia nella logica dell’egocentrismo e dell’autoaffermazione, ma in quella dell’amore e della solidarietà. Solo insieme possiamo costruire una cultura della vita, della pace, della legalità, del coraggio. Insieme possiamo costruire quella civiltà dell’amore di cui il mondo ha bisogno.

La coniugazione della “diversità” è arricchente e indispensabile per una armoniosa convivenza umana ed esige attenzione, rispetto, solidarietà, dono reciproco: l’essere “dono per l’altro”, e al tempo stesso “accoglienza” del dono dell’altro, “prendersi cura” l’uno dell’altro esprime la ricchezza di una fecondità fondata su una pari dignità e uguaglianza.

 Permettetemi un esempio sul “genio femminile”, sul compito della donna di “prendersi cura”, che viene da lontano. Lo medio dalla predica del venerdì Santo di Padre Raniero Cantalamessa, nella basilica di S. Pietro. Il Padre fa una riflessione sulle “pie donne” che seguivano Gesù sulla via del Calvario. Egli le chiama “Madri coraggio” perché non hanno avuto paura a seguire Gesù fino al Calvario; non si sono scandalizzate di Lui, mentre tutti gli altri fuggirono o lo schernivano…. Esse l’avevano seguito durante tutta la sua missione, non per avere privilegi, ma per servirlo: erano le uniche ad aver assimilato lo spirito del Vangelo. Lungo il viaggio al Calvario, il loro singhiozzare fu l’unico suono amico che giunse agli orecchi del Salvatore; sulla croce, i loro sguardi furono gli unici a posarsi con amore e compassione su di Lui.

La loro presenza accanto al Cristo contiene un insegnamento attuale e vitale per noi. La nostra civiltà, dominata dalla tecnica ha bisogno di un cuore perché l’uomo possa sopravvivere in essa, senza disumanizzarsi del tutto. Dobbiamo dare più spazio alle ragioni del cuore… Non basta il quoziente dell’intelligenza: ci vuole il quoziente del cuore!

 

La nuova spiritualità

 Sempre tenendo come orizzonte il verbo generare vorrei fare una breve riflessione sulla nuova spiritualità, tanto richiamata nel conversare di questi giorni, nello stesse parole di Papa Benedetto. È stato detto in molti modi che oggi ci troviamo dinanzi una società ormai secolarizzata, da alcuni definita “postcristiana”, in cui anche la fede, la religiosità ha assunto, per molti, un che di “virtuale”, fluido, indeterminato, emozionale, teorico e non basato su fondamenta solide, non basato su virtù che hanno bisogno di impegno e sforzo quotidiano, che sono capaci di “produrre” novità di vita.

Viviamo, in un tempo che è attraversato dal ricorso a una spiritualità avvolgente ma nebulosa, emozionale, che ha bisogno del miracolistico ma, allo stesso tempo, pare infiammarsi per eventi di connotazione religiosa dall’impatto forte. Il fascino del religioso – che alcuni frettolosamente hanno definito come “la rivincita di Dio” – seduce in modo sempre più avvincente una società stanca e disincantata, alla ricerca di valori certi, la cui forza si misura soprattutto dall’intensità delle emozioni che suscita, ma spesso confonde ciò che è impressionante con ciò che è importante.

 Domandiamoci: In questo contesto è ancora possibile a un credente nel Dio rivelato da Gesù Cristo vivere la propria fede, rendere ragione a chi gli chiede conto della speranza che lo abita? vivere l’utopia dell’amore senza confini? E, soprattutto, è ancora possibile oggi a delle giovani donne scegliere di donare la propria vita a causa di Cristo e del Vangelo, a servizio dei fratelli e delle sorelle?

In questo contesto, noi consacrate, che cosa possiamo dire alle giovani generazioni sulla presenza vivente e vivificante di Dio nella nostra vita? È ancora possibile per noi trovare parole e gesti per vivere una vita di speciale consacrazione comprensibile agli uomini e alle donne di oggi?

La risposta – mi pare - è in quella nuova spiritualità, di cui abbiamo molto parlato in questi giorni, che si identifica con una conoscenza personale del Signore Gesù, con l’adesione nella libertà e per amore alla sua Vita prima ancora che al suo insegnamento, attraverso l’autenticità e l’intensità della nostra vita quotidiana, con una risposta generosa e senza condizioni al suo Amore fedele.

  Il Santo Padre Benedetto XVI ha uno splendido capitolo nell’enciclica Deus Caritas est, il cap. 12, in cui indica in Gesù Cristo, l’amore incarnato di Dio, la nostra speranza, il senso della nostra vita. Scrive: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito».

Vivere una nuova spiritualità è scoprire la “novità” di Cristo, la “novità” del suo realismo inaudito, una novità che se incontrata sul serio porta al cambiamento della vita: da una vita all’insegna dell’avere ad un sotto il segno dell’essere.

 Siamo chiamate, quindi, innanzitutto, ad essere donne credenti innamorate di Cristo, e questo vuol dire che la prima virtù che dobbiamo coltivare è quella della fede nel Dio vivente, dell’adesione amorosa ed amoverole a lui. Ma non basta… Ciascuna di noi deve porsi non solo il problema dei motivi del proprio credere – con il rischio di ridurre la domanda a una questione di un calcolo di costi e benefici – e nemmeno delle “radici”, ma anche quello dei frutti, del sapere che ne ha fatto, che ne facciamo ogni giorno, della nostra fede, che “segno” poniamo di una realtà invisibile che gli altri uomini e donne possono percepire solo attraverso testimonianze visibili e “credibili”, autorevoli perché autentiche. Solo così le nostre vite diventeranno autenticamente “missionarie”.

A ben poco, infatti, servono proclami solenni di convinzioni astratte se queste non sanno calarsi in un vissuto umanissimo che testimoni quella speranza nella vita che è più forte della morte. Non ci dimentichiamo che la fede cristiana è nata e si è sviluppata attraverso la testimonianza di semplici uomini e donne che hanno preso su di loro il giogo leggero di una vita conforme a quella mostrata da Gesù come la vita umana secondo il disegno di Dio, una vita ricca di senso e di amore, una vita abitata dal prendersi cura dell’altro, una vita autenticamente umanizzante. Una vita bella, buona e beata, come dice Enzo Bianchi della comunità di Bose.

 Certo, neanche noi, lo sappiamo bene, siamo esenti dal dubbio, dalla tentazione – in primis dalla tentazione dell’idolatria, del sostituire all’opera di Dio l’opera delle nostre mani -, del negare l’altro per imporre il nostro ego; anche noi conosciamo il rischio dell’incredulità come poca fede, come non ascolto della volontà di Dio, come tenebra del nonsenso…; ciascuna di noi sperimenta quotidianamente la difficoltà di porre in essere relazioni pure, di usare i beni senza attaccarsi ad essi, di obbedire con la testa alta e il cuore umile; ciascuna di noi conosce l’insidia della mediocrità, dell’imborghesimento e della mentalità consumistica. Ma proprio queste esperienze di contraddizione ci rendono capaci di ascoltare le difficoltà dell’altro, di capire le perplessità di chi non condivide la nostra fede, di dire una parola franca che affonda la sua autorevolezza non in un dogma ma in un vissuto, ci rende capaci di dialogare nella diversità e nel rispetto delle singole identità. In una parola, di essere testimoni di quel Gesù di Nazareth che ha “narrato Dio” all’umanità, rendendo visibile l’invisibile. Perché, oggi come sempre, non abbiamo bisogno di testimonial ma di testimoni.

 «I consacrati e le consacrate oggi – ha ricordato Sua Santità Benedetto XV nel discorso ai Superiori e alle Superiore Generali del 26 maggio dello scorso anno - hanno il compito di essere testimoni della trasfigurante presenza di Dio in un terreno minato nel quale la loro testimonianza deve fare i conti con l’aridità dei deserti del nostro tempo sempre più disorientato e confuso, un tempo in cui le sfumature hanno sostituito i colori ben netti e caratterizzati. Essere capaci di guardare questo tempo con lo sguardo della fede significa essere in grado di guardare l’umanità, il mondo e la storia alla luce del Cristo crocefisso e risorto, l’unica stella capace di orientare l’umanità verso la vita vera. Il Papa ci chiede un viaggio verso l’interiorità dove il Signore guarda il cuore e l’identità di quello che siamo prima di quello che facciamo.

 Testimoni della trasfigurante presenza di Dio! Gli esempi al riguardo, nella storia della vita consacrata anche recente – e non solo - sono molti, e proprio negli ambiti che hanno costituito i fili dell’ordito e della trama del nostro tessuto. Mi limito a tre, molti li abbiamo già condivisi con commozione e ammirazione nei gruppi di lavoro.

 

Il dialogo interreligioso

 Annalena Tonelli, missionaria laica, uccisa a Barama in Somalia, da due sconosciuti, dove ha lavorato a lungo a favore delle popolazioni nomadi del Kenya e della Somalia. Aveva scelto di dedicare la propria vita “ai brandelli di umanità ferita, ai più maltrattati, disprezzati…

Scrive: “Volevo seguire Gesù e scelsi di essere per i poveri. Per Lui feci una scelta di povertà radicale, anche se povera come un vero povero io non potrò mai esserlo. Vivo il mio servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza versamento di contributi per quando sarò vecchia. Ma ho amici che aiutano me e la mia gente… Chi mi conosce bene dice e ripete senza stancarsi che io sono somala come loro e sono madre autentica di tutti quelli che ho salvato. Quella dell’Ut unum sint è stata ed è l’agonia amorosa della mia vita, lo struggimento del mio essere. È una vita che combatto e mi struggo, io povera cosa, per essere buona, veritiera, non violenta nei pensieri, nella parola, nell’azione. Ed è una vita che combatto perché gli uomini siano una cosa sola…

….La vita ha un senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con la convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare… il dono più straordinario, il dono per cui ringrazierò Dio e loro per sempre, è il dono dei miei nomadi del deserto. Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore. I miei nomadi del deserto mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio.

 

La terra e la sua sacralità

 Wangari Maathai viene da una buona famiglia che le ha garantito ottimi studi, sfruttati col massimo profitto negli Stati Uniti: scuole superiori nel Kansas, Università a Pittsburgh, quindi in Germania, a Monaco di Baviera. Dopo c'è una catena di record: prima donna a conseguire un dottorato di ricerca in Kenia, prima donna a diventare professoressa all'Università di Nairobi, presidente del Consiglio nazionale delle donne del Kenia. Di lei è stato scritto: «Se Madre Terra avesse un volto, sarebbe quello di Maathai».

E soprattutto prima donna africana capace di sfidare, nel nome dell'ecologia e della difesa della natura, un intero regime, quello keniota di Arap Moi. La chiamano Mama Mici, la madre degli alberi. Appellativo che in Kenia per anni ha avuto un significato politico. Il suo movimento, la cintura verde, è stato l'incubo del presidente Moi, uscito di scena nel 2002 dopo 24 anni di potere. È stata Wangari, nel 1989, a bloccare una mega-speculazione nel cuore dell'Uhuru Park, unico residuo polmone verde nel cuore di una cementificatissima Nairobi.

Finì in prigione per le sue proteste mentre tentava di piantare giovani alberi nella foresta di Karura, sfigurata da una continua deforestazione. Ci volle una campagna di Amnesty International per tirarla fuori dal carcere: con la testa mezza rotta perché la polizia l'aveva pestata a sangue, con altri ecologisti.

 Nel nome di Wangari Maathai sono stati interrati in tutta l'Africa altri trenta milioni di alberi: i suoi seguaci durante le proteste si armano solo di zappette, concime, germogli. Sono soprattutto donne. Gli alberi da frutto piantati poi diventano uno strumento di autonomia economica, di sviluppo di realtà rurali.

 Ora il tempo dell'opposizione è finito per Wangari: Arap Moi è sparito dalla scena e lei è viceministro dell'Ambiente. Il nuovo presidente keniota, Mwai Kibaki, le ha attribuito il titolo onorario di Saggia dalla spada bruciante.

In un’intervista le viene chiesto che cosa l’abbia spinta a impegnarsi per la causa ambientale. Wangari risponde parlando della sua montagna, il Monte Kenya: «Da bambina mi fermavo immobile, ore e ore, a guardarla. Lei mi ha insegnato a difendere l’ambiente e a impedire il degrado ecologico che oggi ci sta divorando. Ho lottato duramente per difenderla, ma ci sono riuscita». E poi aggiunge: «Forse in nessun altro luogo come in Africa vediamo l’impatto della cattiva gestione delle risorse na­zionali, le disuguaglianze, la mancata volontà da parte di leader e uomini politici di utilizzare queste risorse per il bene della gente, che così non può vivere in pace e si trova invischiata in conflitti infiniti». Questa risposta, in cui Wangari mette in stretta relazione l’ambiente e la pace, mi spinge a chiederle come sia possibile impegnarsi per l’ambiente e nello stesso tempo per la pace. Wangari mi stringe le mani e con voce sicura mi dice: «Quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini… e allora non puoi più pensare solo a piantare alberi».

Il 15 febbraio 1992 Marìa Elena Moyano viene assassinata.

Il suo corpo viene fatto saltare con la dinamite da Sendero Luminoso in un modo che ancora oggi inorridisce. Marìa Elena aveva appena pronunciato una coraggiosa orazione di protesta contro Sendero Luminoso dinanzi ad un'assemblea di piccoli industriali di Villa El Salvador (un sobborgo a sud di Lima) che assistevano ammutoliti e terrorizzati. 

 Marìa Elena fu animatrice, costruttrice instancabile di uno spirito di solidarietà costruttivo ed autentico. Si dedicò all'organizzazione delle donne e dei bambini e divenne, man mano che la presenza del terrorismo si faceva sempre più minacciosa, il simbolo del coraggio e della resistenza, l'apostolo della non violenza e della giustizia sociale ottenuta con l'amore e la pace. Una donna, che è stata e lo è ancora speranza del Perù e dell'intera America Latina.  

In una delle sue lettere ha scritto:

“Noi donne abbiamo molta forza.

Crediamo in quello che stiamo costruendo;

non bisogna avere paura.

Cerchiamo il benessere della gente, la solidarietà, la giustizia.

Piuttosto bisogna discutere con la gente di «Sendero».

Io l'ho fatto.

Gli dico che non sono i soli disposti a sacrificare

la loro vita alla lotta per lo sviluppo, per la giustizia,

perché anche molta gente lo è, ma senza terrore e morte.

 

C'è gente che mi chiede se ho paura.

A volte ce l'ho, ma io ho molto vigore e forza morale.

Sono sempre stata disposta a offrire la mia vita.

Ho fede.

Se le donne di Lima stanno rispondendo, qualcosa si può fare.

Se il popolo si organizza e centralizza gli sforzi, possiamo sconfiggere «Sendero».

Le cose non sono facili,

ma nemmeno impossibili”.

 

 Concludo. Care sorelle e cari fratelli, noi sappiamo che non basterebbe un’enciclopedia per citare tanti altri esempi… Tutti li abbiamo nel cuore  e sono per noi una forza perché ciascuna si impegni a costruire con coraggio una cultura della vita.

Mentre dico a ciascuna di voi il mio grazie per il dono di questi giorni, mi permetto di sottolineare un percorso prioritario  per generare speranza e vita, che è emerso quasi da collante nel nostro convenire e dialogare.

 Lo presento nel suo profondo significato alla luce di un’esperienza che riguarda un profeta dei nostri giorni - Henry Nouwen - che egli visse nella comunità dell’Arca, creata da quell’altro splendido profeta che è Jean Vanier.

“Nella comunità dell’Arca dove aveva deciso di vivere, dopo una vita passata nel mondo universitario, un giorno il celebre padre Henri Nouwen fu avvicinato da una handicappata della comunità che gli disse: «Henri, mi puoi benedire?».

Padre Nouwen rispose alla richiesta in maniera automatica, tracciando con il pollice il segno della croce sulla fronte della ragazza.

Invece di essere grata, lei protestò con veemenza: «No, questa non funziona. Voglio una vera benedizione!».

Padre Nouwen si accorse di aver risposto in modo abitudinario e formalistico e disse: «Oh, scusami… ti darò una vera benedizione quando saremo tutti insieme per la funzione». Dopo la funzione, quando circa una trentina di persone erano sedute in cerchio sul pavimento, padre Nouwen disse: «Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale. Lei sente di averne bisogno adesso».

La ragazza si alzò e andò verso il sacerdote che indossava un lungo abito bianco con ampie maniche che coprivano sia le mani che le braccia. Spontaneamente Janet lo abbracciò e pose la testa contro il suo petto.

Senza pensarci, padre Nouwen la avvolse con le sue maniche al punto di farla quasi sparire tra le pieghe del suo abito.

Mentre si tenevano stretti l’un l’altra padre Nouwen disse: «Janet voglio che tu sappia che sei l’Amata Figlia di Dio. Sei preziosa agli occhi di Dio. Il tuo bel sorriso, la tua gentilezza verso gli altri della comunità e tutte le cose buone che fai, ci mostrano che bella creatura tu sei. So che in questi giorni ti senti un po’ giù e che c’è della tristezza nel tuo cuore, ma voglio ricordarti chi sei: sei una persona speciale, sei profondamente amata da Dio e da tutte le persone che sono qui con te».

Janet alzò la testa e lo guardò; il suo largo sorriso dimostrò che aveva veramente sentito e ricevuto la benedizione.

Quando Janet tornò al suo posto, tutti gli altri handicappati vollero ricevere la benedizione. Anche uno degli assistenti, un giovane di ventiquattro anni, alzò la mano e disse: «E io?».

«Certo», rispose padre Nouwen. «Vieni».

L’abbracciò e disse: «John, è così bello che tu sia qui. Tu sei l’Amato Figlio di Dio. La tua presenza è una gioia per tutti noi. Quando le cose sono difficili e la vita è pesante, ricordati sempre che tu sei Amato di un amore infinito».

 

Care sorelle, noi siamo chiamate ad essere una benedizione per le nostre consorelle, per tutte le persone che ci avvicinano, in particolare per chi è più povero, sfiduciato, maltrattato, deriso, messo ai margini.

In particolare, voi, carissime Madri generali, avete il compito di avere una veste bianca e maniche ampie: per accogliere, avvolgere, stringere tutti coloro che verranno a voi per avere coraggio, a partire dalle sorelle del vostro Istituto. La purezza della vostra veste e l’ampiezza delle vostre maniche sarà data dal modo in cui ciascuna di voi saprà vivere la sua sequela conformativa a Cristo.

Più noi consacrate vivremo in pienezza la nostra verginità, la nostra povertà, la nostra obbedienza per il Regno dei cieli, più saremo simili a Lui, più le nostre braccia saranno simili a quelle del Padre misericordioso che accoglie ed è capace di riportare il figlio perduto alla sua piena dignità di uomo e di donna, più saremo in grado di guidare anche le sorelle che ci vengono affidate verso la pienezza della loro femminilità, la completezza del loro essere donne e donne consacrate.

Il vostro abbraccio ricordi loro sempre di essere Amate figlie di Dio, anche quando la benedizione si farà correzione, anche quando il cammino sarà in salita e sarete voi le prime a dover sperimentare la povertà di creature chiamate a guidare nella fede altre creature nella gioiosa e fedele obbedienza alla volontà di Dio.

 

Roma, giovedì 10 maggio 2007

 



[1] VANZAN Piersandro – AULETTA Angelo (ed), L’essere e l’agire della donna in Giovanni Paolo II. Dalla figuralità iconica all’umano integrale, Roma, AVE 1996, 30-31.

[2] GIOVANNI PAOLO II, Mulieris dignitatem 31.

[3] GIOVANNI PAOLO  II, Discorso all’udienza generale 7 settembre 1995.