Tessere è creare nuovi modelli utilizzando i fili vecchi e nuovi
Lo stesso titolo della Conferenza ci offre alcune indicazioni per la nostra riflessione. In primo luogo, il termine "Sfidate" - perché le sfide non nascono dal nulla, ma da situazioni concrete. Che cosa ci sfida come religiosi oggi? A me sembra che ci sia una duplice origine - una che fluisce dalla stessa natura della Vita Religiosa Consacrata ed un’altra che scaturisce dalla situazione concreta di grandi masse di umanità, che soffre ed è esclusa da una vita dignitosa dal modello economico dominante della nostra società neoliberale globalizzata. Proprio come Yavhé si sentiva "sfidato", millenni fa, dal grido del suo popolo in Egitto, oggi la Vita Religiosa, intesa come sequela radicale del progetto di questo Dio, incarnato nella Divina Parola, è sfidata dal grido assordante di milioni o persino miliardi di esseri umani che soffrono. Da questa essenza della Vita Religiosa derivano le altre sfide: come essere fedeli alla nostra vera identità, che non sta tanto nei nostri voti o nelle nostre opere, ma nel nostro modo di essere Cristiani. Dalla vigilia del Concilio Vaticano II, siamo passati attraverso anni di riforme, ma rimane chiaro a qualsiasi osservatore attento che l'impulso innovatore ora si è esaurito, che la vera crisi continua ed è più urgente che mai chiarire l'identità e il significato della Vita Religiosa.
Un'altra espressione chiave del titolo è “tessere". L'atto di tessere implica creare qualcosa di nuovo dai diversi fili che si intrecciano per formare una nuova stoffa. Dobbiamo identificare, dunque, alcuni elementi essenziali se desideriamo realmente tessere una nuova stoffa technicolor, una spiritualità che renderà giustizia alla complessità delle sfide della vita moderna e genererà speranza e vita per tutta l’umanità. Possiamo scoprire allora che molti elementi della nuova spiritualità non possono, di fatto, essere così nuovi, ma piuttosto estremamente vecchi e trascurati o perfino abbandonati attraverso i secoli. Il fatto che noi cerchiamo una spiritualità che "generi", implica che non può essere qualcosa di pensata in anticipo e con tutte le risposte, ma piuttosto che desideriamo entrare nelle dinamiche del nostro Dio, il quale continua a creare, come disse nelle parole del profeta Deutero-Isaia, "Ecco faccio una cosa nuova; proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19). Come si espresse Paolo: “… tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,22) - e la nostra spiritualità sperimenta queste doglie del parto. Inoltre la ricerca di una spiritualità che generi speranza e vita ci mette in armonia con Gesù il quale, nel quarto Vangelo, definì la sua missione come un assicurare che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza"(Gv 10,10). Forse non è stato così necessario avere una tale spiritualità, come ora che siamo di fronte alla passività e disperazione di tante persone, e perfino di nazioni, minacciate dall'oppressione lacerante del rullo compressore neoliberale. La passività e l’impotenza sono sentimenti con cui oggi ci imbattiamo spesso, anche nei grandi settori della Chiesa e della Vita Religiosa. Questo ci sfida a lasciarci infiammare i cuori e lasciarci riaprire gli occhi, come accadde ai discepoli sulla via verso Emmaus
La Parola di Dio sempre nuova
Per me è chiaro che la spina dorsale di qualsiasi spiritualità rinnovata, che la chiamiamo nuova o no, sarà la Parola di Dio. Da anni la Chiesa insiste che noi basiamo la nostra spiritualità su questo fondamento. Il Documento monumentale “Dei Verbum” (monumentale, non per la sua lunghezza ma per la sua importanza) chiedeva che la Parola di Dio divenisse di nuovo l'anima di tutta la teologia e la predicazione della Chiesa, e che la Bibbia ancora una volta ritornasse nelle mani dei laici. Sono passati più di quaranta anni, ma rimane chiaro quanto deve essere ancora fatto in questo ambito, non solo nei riguardi del laicato, ma anche dei Religiosi. Nonostante gli sforzi enormi fatti in molti casi dalla Vita Religiosa a livello mondiale, per promuovere diversi tipi di programmi che ne permettessero l’attuazione, (come il programma settennale "La tua Parola è Vita" della Conferenza dei Religiosi del Brasile, o "Sulla Strada di Emmaus" della CLAR), i risultati, parlando almeno a livello quantitativo, sono stati pochi, specialmente nella vita religiosa maschile. Nel settembre 2005, in un Centro di Congressi qui vicino, l’assemblea speciale della Federazione Biblica Cattolica, invitata a commemorare i 40 anni della “ Dei Verbum”, studiò il tema "Il posto della Parola di Dio nella Vita della Chiesa", e chiese al Santo Padre di scegliere "La Parola di Dio" come tema per il prossimo Sinodo dei Vescovi - un appello che ebbe poi il sostegno di alcune importanti Conferenze Episcopali e fu accettato da Papa Benedetto XVI. Nel contesto di questa Assemblea, può essere utile riflettere sul concetto che soggiace al termine "Parola."
Il nostro punto di riferimento prioritario è la Parola di Dio, con speciale enfasi sulla sua Parola comunicata a noi attraverso la Sacra Scrittura. Nell’Antico Testamento, la Parola di Dio non era un oggetto di speculazione astratta, come in altre correnti filosofiche, quali i "Logos" dei filosofi alessandrini. Era soprattutto un'esperienza! Dio parla direttamente a uomini e a donne, al suo popolo e a tutta l’umanità.
La Parola di Dio è comunicazione, auto-espressione ed evento salvifico: "Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11).
Quindi, possiamo affermare che la Parola di Dio può essere considerata sotto due aspetti, distinti ma inseparabili: essa rivela e agisce”. Rivela chi è il vero Dio, mediante la sua azione. Il Dio degli ebrei non è come il Dio dei filosofi, distante, immutabile, oggetto di analisi fredda e obiettiva, ma un Dio che si rivela nella storia umana, negli atti della sua Parola che crea, libera e raduna. Questo è chiaro nel testo che possiamo considerare la chiave di tutta la Scrittura, perché il resto della Bibbia è lo sviluppo nella storia delle conseguenze di questo brano: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto…" (Es 3, 7-8).
La Parola che “Pianta la sua tenda in mezzo a noi”
Questo "scendere" del Dio Biblico ha il suo culmine nell’Incarnazione, come recita il Prologo al Vangelo di Giovanni: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio,... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,1.14). Il progetto di Dio per l’umanità diviene realtà quando il Verbo si fece carne, e "pianta la sua tenda in mezzo a noi". La parola greca usata in Gv 1,14, "eskênôsen", deriva dal termine "skêne" che significa una tenda. Nella visione del quarto Vangelo, che richiama l'evento dell’Esodo, il Verbo di Dio, "piantò la sua tenda in mezzo a noi", non “costruì il suo Tempio! " Un Tempio è fissato, una tenda è mobile, o in altri termini, dovunque sono le persone, il Verbo di Dio è là in mezzo a loro, incarnato nella persona e progetto di Gesù di Nazareth. In lui e per mezzo di lui, il Verbo agisce, operando la salvezza qui sulla terra. Possiamo affermare che il mistero della Parola ha come suo centro la persona di Gesù, inseparabile dalla sua missione e progetto.
Qui abbiamo uno dei fili essenziali per la tessitura della nostra nuova spiritualità: la persona di Gesù di Nazareth ed il suo progetto per l’umanità. Ma dovremmo chiederci: Da dove Gesù derivò questa visione, quale fu la sua ispirazione, la sua motivazione? Dobbiamo prendere molto seriamente il fatto dell'Incarnazione, lo scandalo della Verbo di Dio che duemila anni fa si fece uomo e piantò la sua tenda in mezzo ai poveri di Galilea. Per lui, come per noi, fu una sfida scoprire la volontà del Padre e tessere un programma di vita coerente con questa volontà. Anche la scoperta, da parte di Gesù, della sua missione e identità non fu qualcosa di automatico, né lo è per i religiosi oggi. La Lettera agli Ebrei chiaramente enfatizza il processo che Gesù subì quando dichiara: "Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì"(Eb 5,8).
All’interno di questo processo, la Parola di Dio espressa nelle Scritture ebraiche ebbe un ruolo importante. Per trenta anni, Gesù nutrì la sua spiritualità e la sua fede alle stesse sorgenti a cui attingevano le persone sofferenti della Palestina - la spiritualità degli "Anawim", i "Poveri di Yahvé", con enfasi speciale sulla predicazione del Deutero e Trito Isaiah, Deutero Zaccaria e Sofonia. Fu nel dialogo tra la Parola di Dio espressa nelle Scritture da queste voci profetiche e la realtà del popolo povero, sofferente ed oppresso che Gesù chiarì a sé stesso la sua identità e missione e le mise in atto.
Luca ha espresso l’auto-comprensione di Gesù nel testo riguardante la visita di Gesù alla sinagoga di Nazareth, dove fu allevato, dove scoprì e crebbe nella sua fede: lì, durante il servizio liturgico, scelse un testo del Trito-Isaia ed identificò la sua missione con quella del Servo di Yahvé (Lc 4,18-19). Il resto del Vangelo è l’attuazione nella vita di questa conoscenza della missione del Verbo di Dio Incarnato, missione che ora continua nella comunità dei suoi discepoli che, spinti dallo Spirito Santo, mettono i loro carismi e doni al servizio del Regno. Continuando il dialogo tra la Parola di Dio biblica e la realtà delle persone, i discepoli di Gesù scoprono la loro missione: continuare la missione di colui che si fece carne perché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" (Gv 10,10).
Da Miriam alle Religiose oggi “La Parola profetica non deve essere messa a tacere”
Uno degli strumenti speciali in questa rete di discepoli è la Vita Religiosa Consacrata, generata dalla Parola ed invitata ad approfondire l'esperienza della Parola in molteplici modi, secondo il carisma di ogni entità radicato nell'intuizione delle generazioni che l’hanno fondata.
In tutta la storia del popolo di Dio, la Parola non solo ha generato e radunato, ma ha anche animato e sostenuto. Sebbene fosse solamente un piccolo popolo e insignificante sulla scena del mondo - "Tu vermiciattolo di Giacobbe! " nelle parole del Deutero-Isaia (Is 41,14) - la Parola sostenne la sua utopia e il suo ideale, non permettendo mai che il progetto di Dio venisse cancellato dalla memoria d'Israele, nonostante gli sforzi dell'élite dominante, che spesso usava la religione per mascherare i suoi progetti oppressivi. Mentre la monarchia si espandeva insieme con le sue ingiustizie ed oppressioni, la Parola, opponendosi con franchezza, risuonava attraverso gli uomini e le donne che Dio chiamò come profeti tra la sua gente. Nei momenti opportuni, la Parola di Dio tenne viva la resistenza della gente attraverso la predicazione e l’esempio di personaggi così diversi come il giudice Debora, l'intellettuale Isaia, il poeta Osea ed il mandriano Amos. Annunciando il progetto di Dio e denunciando tutto ciò che si opponeva ad esso, i difensori dei deboli e gli oppositori dei potenti, perseguitati ed oppressi, erano uomini e donne della Parola. Ciò che li caratterizzava di più era la loro veemenza. Essi erano pieni di passione. Convincevano gli altri perché loro stessi erano convinti del loro messaggio. Erano un riflesso di una società in crisi. Erano imbevuti di Spirito Santo ed erano l’espressione della sua Parola.
Diversi dagli altri critici della società, i profeti si definivano per la loro relazione con Dio, come devono fare oggi i profeti della vita Religiosa. La loro Parola si sviluppava dalla Parola di Dio. Alla radice della loro identità e missione c’era una grande esperienza di Dio, come si può vedere nei testi: Amos 7,10-15; Osea 1-3; Ger 1,4-10; Is 6,1-13; Ez 6,1-3.11; Is 40,1-11 ecc. Senza questa esperienza profonda di Dio, il loro profetismo sarebbe facilmente divenuto mera ideologia o demagogia - ed oggi la Vita Religiosa deve essere fondata su una vera esperienza di Dio, sulla sequela di Gesù nel quale la tradizione profetica giunse al suo apogeo. Una spiritualità della Vita Religiosa che non fosse espressione viva e rinnovata di profetismo, intrinseca alla nostra vocazione battesimale, sarebbe inconcepibile. Infatti la nascita della Vita Religiosa nella Chiesa fu in se stessa un'espressione di profezia. I profeti parlavano sempre, con parole e fatti, ogni volta che vedevano il pericolo che il progetto di Dio per l’umanità fosse soffocato. È in questo senso che noi possiamo anche capire l'inizio della Vita Religiosa nella Chiesa.
Nel periodo di persecuzione, la Chiesa primitiva era una Chiesa vibrante e fervente, nonostante le sue difficoltà. Essere Cristiano voleva dire rischiare di essere considerato sovversivo e affrontare il martirio. Ma dopo l'Editto di Milano nel 313, la Chiesa abbandonò le Catacombe ed essere cristiano divenne più che accettabile. Il numero dei Cristiani crebbe, ma la Chiesa "abbandonò il suo amore di prima" (Ap 2,4). La radicalità nel vivere la fede, una volta espressa col martirio, venne oscurata. La Chiesa aveva bisogno di una nuova testimonianza di sequela radicale di Gesù, una testimonianza che fosse una voce profetica e forte per la stessa Chiesa e per il mondo. In tale contesto, emerse un fenomeno nuovo nella vita della Chiesa: gli inizi della vita Consacrata, a cominciare dai Padri del deserto. Questi cercarono di recuperare la dimensione radicale della nostra testimonianza di fede, in una Chiesa quasi cooptata dalla società dominante. Questo primo movimento della vita religiosa fu inteso come una sfida ad una Chiesa che aveva smarrito la sua strada, che prestava poca attenzione al suo ruolo profetico e alla sequela delle scelte concrete di Gesù e che era bene integrata nella società dominante, che opprimeva ed escludeva le masse.
In questo modo possiamo anche capire i nostri fondatori e fondatrici. Essi hanno scoperto e reagito ad una lacuna nella vita e nella testimonianza della Chiesa. Erano sensibili agli appelli di Dio e della gente, dimenticata, soffocata o messa a tacere dall'Istituzione. Francesco e Chiara di Assisi sentirono il grido dei poveri in una Chiesa dominata dai ricchi, e in gran parte alleata con essi; Vincenzo de’ Paoli e Louise de Marillac furono sensibili al grido degli esclusi delle strade di Parigi; il mio stesso fondatore Arnold Janssen e gli uomini e le donne del suo gruppo fondatore erano scandalizzati dal fatto che non esistesse un solo istituto missionario per la Chiesa di lingua tedesca, e così via. Essi non sempre intendevano fondare una Congregazione, essendo questo di solito un secondo passo, ma con le parole e le opere furono la continuazione dell’annuncio della Parola di Dio, spesso trascurata dalle istituzioni ecclesiali, più interessate a conservare le strutture che a degli appelli dello Spirito. Queste/i donne e uomini, strumenti della Parola, non furono sempre bene accolti nella Chiesa, perché la Parola di Dio, proclamata da chi è capace e da chi Dio sceglie, è “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio: essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e del midollo e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" (Eb 4,12 e ss).
Attraverso le varie fondazioni della Vita Religiosa Consacrata la Parola è incarnata nella prassi, attraverso i carismi dati dallo Spirito alla Chiesa ed al Mondo, per la continuazione della Missio Dei, il progetto di Gesù Cristo. A questo punto, dobbiamo ricordare sempre che ciò che è veramente importante è il carisma e non la Congregazione. La Parola è eterna, ma la sua espressione istituzionale in un determinato Ordine o Congregazione o Attività non è così necessaria. Noi abbiamo bisogno di discernimento permanente per verificare se la nostra prassi è ancora in armonia con le necessità della gente e della Chiesa nelle situazioni nuove, e coerente col nostro carisma. Il nostro impegno basilare non è per la nostra sopravvivenza istituzionale, ma per la nostra missione profetica.
Il discepolato vissuto in una realtà nuova attraverso i nostri carismi
Possiamo identificare, così, ancora altri fili da intrecciare nella stoffa della nostra nuova spiritualità: il discepolato di Gesù; la lettura della realtà dal punto di vista dei poveri e degli emarginati, mediante il " sentire", "vedere” "conoscere" e "scendere", come fa Dio per aiutare la gente ad essere libera in tutti i sensi; e i nostri carismi, doni dello Spirito alla Chiesa e al Mondo, facendo riferimento alle nostre generazioni fondazionali, che erano voci profetiche per la Chiesa e per il mondo del loro tempo. Ciascuno di questi elementi ha bisogno di essere aggiornato e approfondito continuamente, perché la Vita Religiosa possa essere realmente un'espressione della sequela del Verbo di Dio Incarnato e non semplicemente una reliquia di tempi passati, che vive di glorie ricordate, incatenata a strutture arcaiche e a devozioni che non parlano più alla gente moderna.
Non esiste oggi una questione più urgente da affrontare nell’ambito della nostra spiritualità, che quella della sequela di Gesù, vissuta nella missione. Questo implica una vera passione per la persona e il progetto del Salvatore, non in un modo sentimentale, tipico di tanto devozionismo del passato, ma attraverso un'esperienza forte della persona e del progetto di Gesù di Nazareth. Il dialogo tra Gesù ed i suoi primi seguaci nel quarto Vangelo è utile a questo proposito (Gv 1, 37-39). Vedendo che Andrea ed un discepolo anonimo lo seguivano, egli chiese loro: "Cosa cercate"? Questa è la domanda fondamentale per ogni religioso/a e per ogni Congregazione: che cosa cerchiamo realmente? Essi risposero "Maestro, dove abiti? ": essi non desideravano conoscere il suo indirizzo, ma come era il suo stile di vita, il suo progetto di vita e i suoi valori. Invece di dare una risposta teoretica, Gesù rispose "venite e vedete", non è possibile, cioè, avere una profonda esperienza di Gesù solo attraverso studi e teorie, ma questo può essere raggiunta soltanto vivendo concretamente il discepolato in intimità col Maestro. È di massima urgenza che noi riscopriamo il Gesù dei Vangeli, Gesù di Nazareth e non la caricatura di lui così spesso propagata da gruppi fondamentalisti, spesso per interessi economici. Anche se la Bibbia dice che Dio creò uomo e donna a sua immagine e somiglianza, di fatto molto spesso siamo noi che creiamo Dio a nostra immagine e somiglianza. Qualcosa di simile accade con Gesù - frequentemente noi creiamo un'immagine di Gesù che ha poco o nulla a che fare col vero Gesù di Nazareth, oppure ci attacchiamo ad un'immagine sentimentale di devozioni con un fondamento biblico inesistente, o ad una versione "leggera" di Gesù, tanto amato dai mass media, un Gesù che non ci disturba, o mette in discussione le nostre scelte e la nostra società, ma al contrario serve come un calmante per le nostre coscienze, distogliendo la nostra attenzione dal Regno e dai poveri per un Gesù che è al servizio dei nostri desideri e capricci, fortemente segnato dalla ricerca della gratificazione personale ed immediata. La Croce è lasciata da parte!
Questo non dovrebbe realmente sorprenderci - è stato il grande problema dei discepoli sin dall’inizio. Il Vangelo di Marco, il più antico, ha come suo centro Mc 8,27-35, il testo che si riferisce all'incidente sulla strada da Cesarea di Filippi. Dopo aver fatto una domanda innocua "Chi dice la gente che io sia? " - innocua perché non impegna la persona che risponde, Gesù rivolge la domanda essenziale a ciascun discepolo di tutti i tempi: "E voi chi dite che io sia?". Nel testo, sembra che Pietro avesse ragione quando rispose "Tu sei il Cristo". Ma il dialogo che segue dimostra che egli trovò soltanto la teoria giusta - non la pratica, poiché per lui era inconcepibile che il Messia dovesse soffrire - una visione molto postmoderna nel nostro mondo, dove tutto è permesso eccetto il sacrificio! Questa incapacità di Pietro di capire il vero Gesù e le sfide di essere suo discepolo, gli guadagnò uno dei rimproveri più forti nella Bibbia: "Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini" (Mc 8,33). Nel testo Gesù immediatamente rende chiare le conseguenze del seguire lui, non una sua caricatura: "Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mc 8,34).
Mentre cerchiamo di rinnovare la nostra spiritualità, non ci sono altre domande più urgenti di queste alle quali rispondere: "Chi è Gesù per me, in questo momento della mia vita? " e "Cosa vuol dire oggi essere suo discepolo, nella Vita Religiosa Consacrata? "
La risposta sarà data più con le mani e con i piedi che a parole! È nella prassi quotidiana della nostra missione che dimostriamo le risposte. La missione è la conseguenza pratica della nostra spiritualità di discepolato. Il Vangelo non ci lascia nel dubbio, ma definisce chiaramente la missione di Gesù, e quindi, la nostra. Forse il più paradigmatico dei testi in questo rispetto è il racconto Lucano della visita di Gesù alla sinagoga di Nazareth, quando egli ritornò alle sue radici culturali, sociali e religiose per lanciare il programma della sua missione e scelse di leggere il testo di Is 61,1-3 (che Luca prende la libertà di alterare, omettendo riferimenti che potrebbero avere un'interpretazione nazionalistica): "Lo Spirito di Dio è su me, per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per mettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazie del Dio" (Lc 4,18-19).
Una spiritualità basata sulla sequela di Gesù necessariamente condurrà all’azione evangelizzatrice, che integrerà gli elementi della missione di Gesù nel suddetto testo. Noi siamo tutti consacrati dallo Spirito, quindi siamo tutti altri Cristi. E’ essenziale, quindi, che noi ci impegniamo in un vero processo di discernimento sia a livello personale che comunitario per chiarire cosa vuole dire oggi "annunciare il Lieto Messaggio ai poveri", “proclamare la liberazione ai prigionieri", “dare la vista ai ciechi", “mettere in libertà coloro che sono oppressi", “proclamare l'anno di grazie del Signore". Non c’è dubbio che all'interno di questa missione universale della Chiesa, la Vita Religiosa dovrebbe essere certamente all'avanguardia. La nostra spiritualità deve farci scegliere i poveri come i primi destinatari della nostra predicazione e dei nostri impegni apostolici, e non farci dimenticare che il termine che Luca sceglie di utilizzare per i poveri è "ptochois" che praticamente significa "indigenti". In un mondo che ha globalizzato povertà ed esclusione, anche nel così detto "primo mondo" la spiritualità del discepolato ci sfida a rispondere a domande molto concrete: in realtà, sono i poveri la prima preoccupazione della nostra missione? O abbiamo assorbito l'ideologia egemonica, disseminata dai mass media, a tal grado, e quasi per osmosi, che noi stessi assumiamo i valori della nostra società consumistica ed edonistica? La nostra spiritualità deve liberarci dalle catene dell'egoismo, del consumismo, dagli idoli del Potere, del Possedere, del Piacere, che con una certa facilità penetrano le nostre vite e attività, svigorendo la radicalità delle risposte al messaggio evangelico e la nostra testimonianza profetica. In primo luogo, essa deve aiutarci a recuperare la vista: è importante ricordare che i ciechi guariti da Gesù nei Sinottici non fossero ciechi dalla nascita, come in Gv 9, ma persone cieche che avevano perso la loro vista. Lo stesso fenomeno, spesso, si può verificare nella Vita Religiosa: possiamo perdere la visione originale della generazione fondazionale, divenendo soddisfatti dell’efficienza nelle nostre opere, che possono a volte renderci semplicemente un altro ingranaggio del lavoro efficiente della nostra società neoliberale, e al suo servizio. Per non diventare “ciechi che guidano altri ciechi”, la nostra spiritualità deve fare propria la supplica del cieco Bartimeo, "Rabbunì che io riabbia la vista" (Mc 10,51). Dobbiamo vedere con gli occhi di Gesù, che interpretò la realtà del suo mondo con criteri che scaturivano dalla sua esperienza del Dio Biblico e dalla sua analisi della realtà dolorosa della sua gente, la cui sofferenza era spesso giustificata da un'ideologia mascherata di teologia, dall'élite religiosa e politica dominante. Non ci può essere spiritualità senza conseguenze concrete e questo testo di Luca ci offre uno strumento che noi possiamo utilizzare per valutare l'autenticità della nostra spiritualità, analizzando gli elementi della nostra attività missionaria.
La Vita Religiosa uno strumento del Regno
Riflettendo su questa questione della nostra spiritualità, dobbiamo ricordare che la Vita Religiosa, come la stessa Chiesa, non è fine a se stessa, ma è uno strumento del Regno, quel Regno che è in mezzo a noi, che noi tutti sperimentiamo paradossalmente come "già qui e, allo stesso tempo, non ancora! " La vita religiosa è un dono di Dio per la Chiesa e per il Mondo, in vista del Regno. In tal modo, una nuova spiritualità ci porterà ad un dialogo fecondo e dialettico con queste due realtà.
La Chiesa Istituzionale sembra essere andata indietro in molti ambiti negli ultimi anni. Di conseguenza, molte persone sperimentano una vera crisi di fede e di appartenenza. In molti posti si è sviluppato la piaga del clericalismo - specialmente fra il clero più giovane, compresi i religiosi - e il clericalismo è molto diverso dal grande dono del ministero ordinato del presbitero. Molto spesso quasi scompare l'aspetto religioso nella vita dei presbiteri religiosi, immersi nelle occupazioni del ministero sacerdotale. Quindi le religiose hanno un ruolo importante da svolgere, testimoniando la natura essenzialmente laicale della vita religiosa e resistendo ai tentativi di integrarli come semplice prolungamento della istituzione gerarchica. La continua esclusione delle donne da questi ambiti decisionali della vita della Chiesa continua ad essere un grande problema, che a volte raggiunge proporzioni scandalose. C'è stata anche una perdita significativa di credibilità, specialmente in alcuni paesi, a causa di recenti scandali sessuali specialmente tra il clero. Un elemento estremamente negativo in recenti anni è stata la proliferazione di movimenti, gruppi ed iniziative di revivalismo cattolico che in apparenza optano per una fede cristiana di tipo individualistico, intimistico, fondamentalista, devoto, alienato e trionfalistico. Almeno nell’America Latina, dopo alcuni decenni di intensa attività evangelizzatrice profetica - che è costata non poche vite e molta sofferenza, ma che portò ad una fioritura della vita religiosa ed ecclesiale - i tempi sono cambiati. Nuovi venti si sono abbattuti sul Continente ed ovviamente sulla Chiesa e sulla Vita Religiosa. Fatte poche eccezioni, noi non corriamo più il rischio del martirio di sangue. Ma l'Impero continua a dominare e ad opprimere. In realtà, la grande maggioranza è schiacciata dal suo potere economico e militare. Le decisioni più importanti sono prese nei centri finanziari mondiali, senza riferimento alle reali necessità della gente e messe in pratica dai politici, molto spesso corrotti, i quali sono in sintonia con i principi del neoliberalismo economico. Popoli interi vengono sacrificati alle esigenze del profitto, esiliati dalle loro terre e dispersi, insieme con le loro famiglie, radici culturali e religiose distrutte, e tutto nel nome del "progresso", dello "sviluppo" o della "modernità". In questa situazione non fa meraviglia che ci sia tanta depressione, mancanza di entusiasmo, incredulità e scetticismo negli ampi settori della popolazione, della società civile e delle Chiese. E’ più che mai urgente sviluppare una vita religiosa piena di vita, fervente e profetica, un canale per trasmettere la voce di Dio, che resista alla tentazione di essere cooptata dalla società consumistica e materialistica e che riscopra il significato radicale della sua esistenza, chiaramente dalla parte dei poveri e degli emarginati.
La Vita religiosa, come la stessa Chiesa, affronta la domanda di come essere nel mondo senza essere del mondo (cf Gv 17,16). Per secoli, la Chiesa - e quindi la Vita Religiosa - ha visto il mondo più come un luogo di male, di pericolo, del diavolo, piuttosto che come luogo di incontro con Dio. Questa visione è stata rifiutata categoricamente dal Concilio Vaticano II, in documenti come “Gaudium et Spes”. Lungi dall'essere il dominio del male, il mondo è il palcoscenico dell'azione salvifica di Dio, e perciò, dei Religiosi: "Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo" (Gv 17,18). In luogo della "fuga mundi" noi siamo invitati ad inserirci nel mondo come "sale della terra, luce delle nazioni, lievito nella pasta". Il mondo è lo scenario della nostra opera evangelizzatrice, della nostra testimonianza profetica. Noi siamo invitati a scoprire i "semi del Verbo" nel mondo, nelle culture, nelle religioni.
Per il mondo e nel mondo, ma non del mondo
Non sempre riusciamo ad "essere nel mondo, ma non del mondo". Dopo l’entusiasmo iniziale, molte comunità e singole persone si conformano al mondo moderno, accettando la visione e i valori della società dominante. Molto spesso non ci distinguiamo più dal mondo che ci circonda, non lo sfidiamo, ma gli permettiamo di assimilarci. La nostra voce profetica e la nostra testimonianza evangelica diventano più deboli e cessiamo di essere la presenza disturbatrice, provocatrice e liberatrice di Gesù e della sua Parola in una società di oppressione e di esclusione. Non sarebbe né possibile né desiderabile non essere toccati dal processo della posto-modernità che, ambivalente come tutti i processi umani, reca con sé diversi aspetti positivi. Ma troppo spesso noi l'accettiamo senza alcuna analisi critica, e non sempre nei suoi aspetti positivi. La soggettività può divenire facilmente individualismo, la libertà può divenire anarchia etica, rispetto per i beni materiali, puro consumismo. Il mondo generalmente non ci perseguita, come perseguitò i primi seguaci di Gesù, perché noi non rappresentiamo per esso alcuna minaccia! Al contrario, quante volte distogliamo i nostri sguardi dalla miseria che ci circonda, creando una religione che è sentimentale ed intimistica, senza alcun impegno a trasformare la società, e spesso nutrita da una lettura fondamentalista delle Scritture? Permettiamo che Gesù e il suo Vangelo siano sequestrati a favore dell'alienazione e dello “statu quo”, e diveniamo servitori di un mondo che è più idolatra di quello del primo secolo, perché sacralizza il profitto, predica la buona notizia della competizione, esclude la maggioranza delle figlie e dei figli di Dio ed applaude all’avidità e all'accumulo di beni. Qualsiasi religione che accetti questa situazione, senza denunciarla, è idolatra, anche se invoca il nome di Gesù e promuove culti nelle Chiese cristiane!
Come i primi Cristiani, dobbiamo essere nel mondo, ma andando contro corrente, non perché siamo settari, ma perché abbiamo un'altra visione, nata dalla Parola di Dio: quella di Gesù, del Regno, della fraternità, della solidarietà, della giustizia e della inclusione, una visione più chiara nel Nuovo Testamento. Quando recitiamo la Preghiera del Signore, ci impegniamo a rigettare il razzismo, il maschilismo, il sessismo, il clericalismo, la xenofobia e qualunque altra ideologia che ci divide! Siamo sfidati a cercare un vero dialogo profetico con la società, le culture e le tradizioni religiose, cercando sempre di costruire il Regno di Dio. Dobbiamo essere vigilanti perché i valori anti-regno, camuffati da valori positivi, non ci distolgano dalla nostra vera identità e missione. Cercando una "nuova spiritualità" in un mondo fortemente influenzato dal pensiero postmoderno, non è così raro trovare che Dio viene sostituito da una vaga "forza cosmica", la Grazia generata dall’energia e la salvezza dalla gratificazione immediata, con pochissimo spazio, qualora ce ne sia, per una visione comunitaria, per una vita di donazione. In questa visione, Gesù di Nazareth, il profeta perseguitato, è sostituito da un "Cristo" senza una Croce, senza alcun progetto per l’umanità, senza scelte concrete per i poveri e gli oppressi. Dall'altro canto, spesso possiamo imbatterci in Religiosi che si rifugiano in manifestazioni emotive di tipo neo-pentecostale, con un vocabolario dualistico, o perfino manicheo, ed una tendenza a demonizzare tutto ciò che appartiene al mondo materiale. A volte, le esplosioni sentimentali sono preferite alla meditazione silenziosa della Parola di Dio nella Lectio Divina - una pratica che esige azioni concrete a favore dei poveri. Tutti noi siamo stati testimoni dell'abbandono della vita religiosa alla prima crisi, senza alcuna lotta, senza alcuno sforzo verificabile nel discernimento, confermando in modo evidente quanto dice la dottrina postmoderna che l’impegno permanente non è più possibile! Dovremmo stare attenti a non demonizzare tutto ciò che è postmoderno, della New Age o di altre tradizioni. Ma cerchiamo di essere vigilanti nel nostro discernimento perché non corriamo il rischio di perdere la nostra stessa identità, con l’ansia che abbiamo di dialogare con le culture postmoderne. La Lettera agli Ebrei ci dà una indicazione per non perdere la strada: "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù" (Eb 12,1).
In una società che dà valore a ciò che è superficiale ed immediato, dove quasi tutto è disponibile e dove l’“avere" è più importante dell’“essere", è importante essere vigilanti. Il Documento post-sinodale "Vita Consecrata" ci avverte: "… a ciascuno è chiesto non tanto il successo, quanto l’impegno della fedeltà. Ciò che si deve assolutamente evitare è la vera sconfitta della vita consacrata, che non sta nel declino numerico, ma nel venir meno nell’adesione spirituale al Signore e alla propria vocazione e missione" (VC 63).
Radicati nel passato, vibranti nel presente, entusiasti del futuro
Il presbitero Giovanni dà un suggerimento per il rinnovamento quando scrive ad una delle sue comunità vacillanti: “Ricorda dunque come hai accolto la parola…osservala e ravvediti…!” (Ap 3,3) Questo invito può servire come indicazione per la Vita Religiosa, nella sua ricerca di essere davvero viva e vitale. Per essere fedeli dobbiamo continuamente ripensare o reinventare la nostra identità, tornando alle nostre radici, alla ragione della nostra esistenza. Dobbiamo avere il coraggio di camminare spesso nel buio, fiduciosi della presenza di Dio - un'esperienza difficile che si può intraprendere solamente se si è avuta un'esperienza profonda di Dio. L'alternativa è metterci al servizio della società dominante - e quindi garantire le nostre finanze, le nostre opere e probabilmente i nostri numeri, correndo il rischio di divenire una Vita Religiosa che "ha il nome di essere viva, mentre in realtà è morta" (cf. Ap 3,1). Questo è un vero rischio, perché il mondo applaudirà sempre ad una Chiesa e ad una Vita Religiosa che non lo sfidano, ma servono i suoi interessi. Una vita Religiosa che smaschera quello che è nascosto, che dà voce alle suppliche degli oppressi, non interesserà mai al sistema esistenziale che è basato precisamente sullo sfruttamento di milioni di esseri umani. Una Vita Consacrata che è profetica non sarà mai guardata benevolmente da un potere oppressivo, sia esso civile, militare o religioso!
In questo contesto la Parola di Dio risuona come fece in un tempo di crisi circa duemila seicento anni fa: “C'è una speranza per la tua discendenza" (Gr 31,17) proclamò il profeta Geremia alla sua gente. Questa speranza ha una base solida, l'unico fondamento per un mondo nuovo: il fatto che Dio esiste ed agisce. Non il Dio che giustifica e legittima l’oppressione, come è stato proclamato da una lettura fondamentalista di destra delle Scritture, ma il vero Dio della Bibbia, il Dio di Gesù Cristo, il Dio che osserva il mondo e vede la miseria del suo popolo, ode il suo grido, conosce le sue sofferenze e scende a liberarlo (cf. Es 3,7-10).
Per molti religiosi e comunità, nonostante le pile di documenti di Capitoli Generali e Provinciali, la Parola di Dio continua ad occupare un ruolo periferico nella loro vita e spiritualità. Questo è preoccupante, perché vuol dire che una parte significativa della Vita Religiosa fa a meno di uno dei suoi elementi costitutivi: la Parola di Dio. Così diventa facile capire la ragione per tanta prevalenza di surrogati: celebrazioni super-emotive, ricerca frenetica di miracoli, culto della personalità di certi leaders di movimenti, bardature esterne di tipo militare medievale, che sa più di cristianità insanguinata ed oppressiva che del falegname di Nazareth, con sempre più norme, mentre la cosa più importante, la Parola di Dio, è messa da parte. Dobbiamo credere che Dio, attraverso la sua Parola e il suo Spirito anima e guida la vita del suo popolo. La Vita Religiosa è fondata sull’ascolto della Parola e sulla risposta alla Parola. Il Concilio chiedeva che tutta la predicazione ecclesiale, come la stessa religione cristiana, tanto più la vita religiosa, fosse nutrita e regolata dalla sacra Scrittura (cf. DV 21.)
Questo implica un cambio di mentalità, facendo della Bibbia "l'anima della sacra teologia" (DV 24) e, per estensione, l’anima di tutta l’attività evangelizzatrice, così che la comprensione e la preghiera delle Scritture all'interno della Tradizione diventi la forza motrice di ogni agente evangelizzatore ed animi tutte le attività formative e pastorali (cf. il Catechismo la Chiesa cattolica, n° 113). Una metafora può aiutarci a capire meglio: La Bibbia non è un altro ramo nell'albero della Chiesa, un altro elemento nelle pratiche della vita religiosa, ma la linfa che permea il tronco e tutti i rami dell'albero! Questo vuole dire che noi dobbiamo cercare di passare dalla "animazione della formazione biblica", intesa come una cosa in più nell’insieme delle nostre attività di formazione iniziale e permanente alla "animazione Biblica della Vita Religiosa". La Parola vivente di Dio, che va oltre la pagina biblica stampata, deve divenire la sorgente e il modello di ogni attività ecclesiale. In questo processo che permetta alla nostra vita di essere animata dalla Parola di Dio, agisce lo stesso Spirito che ispirò gli autori sacri ed animò i primi discepoli nel proclamare Gesù, crocifisso e risorto, colui che è la chiave essenziale di tutta la Bibbia e di tutta la storia umana. L'animazione biblica della vita Religiosa non vuol dire aumentare nelle nostre comunità il numero di corsi, di riunioni e di studi sulla Bibbia, anche se questo può benissimo essere richiesto. Vuol dire fare della Parola l'asse trasversale della nostra vita e attività, portando ad un incontro vero col Gesù Vivente, ad un "processo autentico di conversione, comunione e solidarietà" (Ecclesia in America 3,8), mediante la lettura e la comprensione del messaggio biblico come Parola di Dio, il vero sostegno e la sorgente pura del vigore della Chiesa e della Vita Consacrata, autentica regola di vita e sorgente perenne di spiritualità e di evangelizzazione (cf. DV 21).
È ovvio che la vita religiosa oggi stia attraversando una crisi, perché l’umanità stessa è in crisi. Le crisi sono sempre dolorose, ma quando affrontate con serenità, possono essere superate e sono perfino necessarie per la nostra maturità. Per affrontarle è necessario avere fermezza e delle coordinate fisse. Ancora una volta possiamo ascoltare la voce del profeta Geremia: "Pianta dei ceppi, metti pali indicatori, sta’ bene attenta alla strada, alla via che hai percorso" (Gr 31,21).
Il grande indicatore stradale sul nostro cammino è la Parola di Dio, la Parola che rivela la fedeltà di un Dio che non abbandonò mai il suo popolo. Come recitano le ultime parole scritte nel Vecchio Testamento: "In tutti i modi, o Signore, hai magnificato e reso glorioso il tuo popolo e non l’hai trascurato assistendolo in ogni tempo e in ogni luogo” (Sap 19,22). “C'è speranza per il tuo futuro", ma questa speranza deve essere nutrita da una lettura orante e continua della Bibbia, secondo l’ottica di Dio che libera, che si è incarnato in Gesù, che portò la salvezza per tutti. Questo nutrimento spirituale, preso in comunità è indispensabile perché possiamo creare una società nuova, passo dopo passo. Prendiamo seriamente le parole dell'angelo del Signore ad Elia, il profeta esausto e depresso: "Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino" (1Re 19,7).
Alimentati dalla Parola e dal Sacramento, e prendendo seriamente ciò che è stato proclamato dalla “Dei Verbum”, che "la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo" (DV 21), diciamo al mondo, alla Chiesa e alla stessa Vita Religiosa, con parole e opere profetiche: “c'è speranza per il vostro futuro". Ma per perseverare nelle nostre opzioni evangeliche a favore dei poveri e degli esclusi, è assolutamente necessario che la nostra vita sia radicata in una spiritualità profonda, fondata sulla Parola di Dio e alimentata dalla Lectio Divina regolare, fatta individualmente e in comunità. Non basta che facciamo un'analisi profonda dello scenario del mondo attuale (sebbene questo sia indispensabile), né che sentiamo indignazione etica a causa della sofferenza di milioni di persone (anch’essa essenziale): nessuna cosa può sostituire il vero fondamento delle nostre scelte, che devono essere scelte di fede, basate sulla nostra fede nel Dio di Gesù Cristo, il Dio dell’Esodo. Questo comporta che prendiamo su di noi in maniera incondizionata la Croce e nutriamo la nostra fede della Parola di Dio, "lampada ai nostri passi e luce al nostro cammino" (Sal 119,105), sempre in una lettura contestualizzata dal punto di vista di coloro che soffrono nella nostra società. In una società di sincretismo religioso che offre tante alternative apparentemente percorribili nella sfera spirituale, ascoltiamo attentamente l'avvertimento di Paolo quando insiste, - di fronte al pericolo dell'élite di Corinto che sostituiva la fede viva in Gesù con la filosofia greca, - che “nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3,11): Gesù, la Parola fatta carne il cui progetto ci guida e ci sfida attraverso le pagine della Scrittura, perché diveniamo davvero strumenti del Regno, veri discepoli della missione, tessendo insieme una spiritualità che genera speranza e vita per tutti, così che "tutti abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza! " (Gv 10,10).