“Donne consacrate, appassionate di Cristo,

che testimoniano al mondo

la giustizia, la riconciliazione e la pace”.

Suor Maria Renata Chiossi s.d.c

 Presidente della Conferenza dei religiosi/e in Albania

 

L’ALBANIA è definita da alcuni critici: “un paese grigiastro con una Capitale colorata”, ricca di proposte per chi vede da fuori. Tutto sembra concentrato sull’immagine da dare al mondo, ma la miseria cresce giorno dopo giorno.

I problemi sono tanti e dovuti a ferite profonde che la storia di dominio e di dittatura ha impresso nella psiche dei nostri fratelli. Noi missionarie /i non possiamo ignorarle anzi ne facciamo oggetto di continua riflessione nelle nostre assemblee. L’ultimo Convegno a cui hanno partecipato circa 200 tra religiose/i aveva come titolo proprio: “ Rilettura dei segni dei tempi e vita religiosa in Albania”.

Sono tanti la storie concrete che possono aiutare la nostra riflessione, oggi. Storie che nascono da uno Stato che deve fare i conti con:

·        Infrastrutture fatiscenti

·        Mancanza di lavoro ed emigrazione

·        Corruzione a tutti i livelli

·        Vendette di sangue

·        Sfruttamento delle donne e dei bambini

·        Assenza di senso morale, di capacità di giudizio, di analisi.

·        Vittoria del più forte che rende il popolo un “numero”.

Per noi religiose e religiosi, ma direi per la chiesa tutta: l’opzione per i poveri…..o per gli impoveriti che la società crea, si fa impellente anche perchè l’albanese di oggi, sospettoso di tutto e distratto più che mai, potrà riferirsi a modelli “alternativi”, solo se questa offerta verrà trasmessa dentro uno spazio di “prossimità”, di “vicinanza” tipico di tutta la chiesa, ma potenzialmente in mano alla vita religiosa in quanto il clero locale non raggiunge certo una significativa presenza nelle parrocchie e nei diversi centri cristiani.

Il fatto che ho scelto tra i tanti, è quello della “vendetta di sangue”, praticata in prevalenza tra i cattolici del Nord Albania. Esiste un Codice antico, chiamato KANUN che serviva a regolare i rapporti tra gli abitanti delle montagne del Nord del Paese e che nel tempo della Dittatura era stato dimenticato, ma in questi anni in cui lo Stato democratico, è debole, incapace di garantire l’ordine, è tornato in vigore.

Nel Kanun si legge “Il sangue deve essere vendicato” La vendetta, secondo questo antico codice, ricade sui figli maschi che abbiano compiuto i quindici anni di età, mentre le donne sarebbero escluse da questa pratica. “La famiglia dell’ucciso non può far vendetta sulle donne della famiglia dell’omicida, perché la donna ed il sacerdote non cadono nella vendetta del sangue”, purtroppo oggi non è così in quanto la “GJAKMARRJA” o vendetta di sangue, viene applicata senza criteri, restano infatti chiusi in casa per la paura di essere uccisi anche le donne ed i bambini maschi.

Dopo i disordini del 1997, con l’assalto alle caserme, tutti gli uomini si sono procurati un’arma da fuoco e ciò ha aggravato la situazione della vendetta. Dalle montagne del Nord: Dukagjini, Malesia e Madhe, Tropoje, Mirdita e Scutari, scappano tante famiglie  al centro del paese o all’estero per paura che un membro venga ucciso. Purtroppo sono raggiunti ovunque e la vendetta arriva, anche perché il Codice dice: “Il disonore non si vendica con compensi, ma con spargimento di sangue o con un perdono generoso, fatto per mezzo di buoni amici”.

Perdono e vendetta sono messi sullo stesso piano, eppure la Riconciliazione tra le famiglie in questione sono molto rare in quanto il perdono è considerato segno di debolezza, di vigliaccheria, di poco rispetto per l’ucciso; il farlo attira il giudizio negativo della comunità.

In ogni parrocchia ci sono casi del genere e quello che fa maggiormente soffrire è la constatazione che il numero, soprattutto di bambini, chiusi in casa, resta alto e c’interpella come religiose e come cristiani.

Così scrive un’adolescente su un giornale parrocchiale: “Il mio amico Albert non viene a scuola da tre anni, è praticamente in carcere a casa sua, non può uscire, perché fuori dalla porta potrebbe essere ucciso. Come lui ce ne sono tanti (quasi mille sono i ragazzi fino ai 18 anni che non vivono liberi e circa settecento le famiglie in vendetta nella sola zona delle montagne…) e noi, insieme a Don Antonio ed alle suore, gridiamo a tutti, senza paura, che vogliamo la loro liberazione. Sapendo che restando così in casa non possono neanche venire a scuola, perché hanno paura di venire uccisi lungo la strada, abbiamo riflettuto ed organizzato un corso di studio per ciascuno di loro che abita vicino a noi. L’idea è piaciuta anche ad altre persone e così abbiamo formato un gruppo di “ambasciatori di pace” che attraverso varie iniziative rende pubblica la situazione.

Un’insegnante va ogni giorno nelle loro case e dà lezioni private. Senza la scuola, com’è possibile cambiare? Il nostro mini-progetto si chiama: “La scuola viene da me”. Personalmente io mi metto il mantello rosso degli ambasciatori di pace e vado sotto la finestra di Albert per fargli un po’ di compagnia, per dirgli che lo ricordo. I ragazzi più grandi del nostro gruppo, insieme alle suore, hanno cominciato le visite nelle famiglie e nel 2004 hanno conosciuto 50 bambini. Certo a questi ragazzi “te ngujuar”che significa “tappati in casa”, diamo il sostegno della nostra amicizia per alleviare la tristezza di vivere chiusi tra quattro mura”.

E noi religiose? Cerchiamo, insieme ai pochi cristiani convinti, di stare vicino a queste famiglie e soprattutto di accompagnare i giovani a comprendere che pagare di persona vuol dire impegnare la propria vita, anche nell’umiliazione, anche nel lottare per correggere le ingiustizie, anche nell’apparire perdenti di fronte alla mentalità dilagante. Cerchiamo di trattare queste ferite, sapendo che è un lavoro delicato, quotidiano che deve farsi stile di vita, modello leggibile di solidarietà e di denuncia delle ingiustizie nelle scelte quotidiane.

L’episodio raccontato interpella noi religiosi ad una testimonianza sempre píú fedele al messaggio evangelico. In un contesto in cui prevale la cultura della vendetta di sangue, della morte per difendere l’onore ferito anche decenni fa, siamo chiamati ad essere persone che vivono la riconciliazione e aiutano a fare cammini di riconciliazione, sapendo che sono lenti. Essere “acqua viva”, é andare contro una mentalità corrente ed annunciare che è necessario metterci insieme per far fronte a queste ingiustizie, vogliamo accompagnare i nostri fratelli, a fare chiarezza sui valori.

La ferita da sanare ci interpella a gridare che: “ i bambini “te ngujuar” sono bambini esattamente come gli altri, ma privati del diritto fondamentale ad una vita serena. Privati degli affetti: spesso sono anche orfani di padre o se ce l’hanno è fuggito sulle montagne o all’estero.

Privati del diritto allo studio, privati del diritto al gioco, non posso uscire a giocare liberamente per la strada….rischiano la vita…

Certo fra le conseguenti più gravi della vendetta c’è la povertà che raggiunge livelli estremi in quanto tutta la responsabilità ricade sulle donne che non trovano facilmente un lavoro e nella maggior parte dei casi hanno bimbi piccoli da accudire. Alcune Congregazioni, insieme alle ONG, hanno fatto progetti per dare un po’ di lavoro: cucire scarpe, piccola confezione, lavoro al telaio o di cucito e ricamo. Le donne lavorano tutto il giorno per pochissimo ed anche i bambini passano le giornate a cucire per aiutare la mamma.

L’interrogativo per noi religiosi/e è proprio quello di comunicarci le esperienze di “condivisione di acqua viva”che  contribuiscono a far progredire il Regno di Dio anche facendo conoscere la situazione di molti fratelli e creare alternative…

Siamo fortemente interpellate a vivere il perdono tra noi, nelle nostre comunità ed a vivere da donne riconciliate, serene, donne di pace. La nostra preghiera è carica di volti da presentare al Signore. Cerchiamo di restare dentro la Vita con il suo mistero, di conoscere e di far conoscere.

Nella Diocesi di Scutari è sorto un villaggio con tante casette: “Villaggio della pace” là ci sono famiglie in cammino per la riconciliazione, la si fanno tante iniziative anche a livello ecumenico…

La lettura di questi avvenimenti ci stimola ad educarci e ad educare al perdono, alla gratuità, al senso comunitario, alla formazione di una coscienza comune per debellare le piaghe che impoveriscono tutti, perché toccano tanti fratelli indifesi, specie bambini.

 

                                              

 

   

 

 

 


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